Homebound train

L’autunno scorso pensavo che prendere tutti questi treni mi sarebbe piaciuto molto: mi sarebbero piaciuti i paesaggi che corrono all’indietro, le voci dei passeggeri, il muoversi velocemente senza doversi occupare della meccanica della cosa, l’idea di essere la ragazza vicina al finestrino. 

La cosa divertente è che avevo anche ragione, mi piace, quello che però non avevo considerato era che mi sarei sentita in treno sempre, soprattutto al di fuori di una stazione o di una carrozza. C’è la ragazza con l’orecchino di perla e c’è la ragazza con la valigia, che con la valigia ci vive, ci dorme, ci si  lava i denti, ci passa i due giorni con il fidanzato. La valigia è uno stato di cose E uno stato mentale: ti porti dietro il necessario a essere a casa ovunque, nella pretesa di essere tu, nel tuo metro e cinquantotto non quadrato, la tua casa. È per questo che quando sono in treno per metà sono contenta e per metà mi sento come se non sapessi dov’è che sto andando.

Vedete, la chiocciola una casa vera ce l’ha, non se la deve vedere con la forza dell’Io, la continuità della propria storia e identità passata e presente, l’attaccamento all’oggetto e tutte quelle menate lì, mentre per un essere umano che ancora non ha una casa di mattoni campare solo con quella immaginata (e investita libidicamente) tra un divano-letto e l’altro ecco, non è il massimo. Si aspetta che passi il prossimo treno.

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Ovvietà un tanto al chilo

“Sai, anche io volevo farlo”

“Lo siamo un po’ tutti”

“Ho sbagliato mestiere, avrei dovuto proprio fare il tuo”

“Nel mio corso sommiamo lo sciamanesimo alla fisica quantistica e curiamo a partire dai movimenti”

NO. Mi sentite? NO.

Se è un dato di fatto tra le persone mediamente normali che i vaccini NON provocano l’autismo e NON ti fanno diventare un rettiliano ma non farli SI’ che ti rende veicolo di malattie che fino all’altroieri erano praticamente debellate e mette a rischio di morte i bambini manco fossimo in qualche romanzo del ‘700 allora dev’essere un dato di fatto anche che lo psicologo (lA, in questo caso) non è uguale al macellaio. Non è uguale al farmacista, non c’entra niente con gli indiani d’America o con gli indiani con il pallino, non ti sa dire se menti se ti gratti l’orecchio, non legge nel pensiero e NO TU CHE NON SAI UN CAZZO NON LO PUOI FARE.

Se mi trovate nervosetta lo potete dire, è che sono un po’ stanca.

La laureata in psicologia che ha fatto l’esame di abilitazione è sulla carta una psicologa: non ha molta esperienza, se si limita a questo, ma sicuro ne ha più di te che fai il parrucchiere e non ti sei fatto un anno di tirocinio, mentre lei SI’. La laureata in psicologia che si è iscritta a una scuola di specializzazione in psicoterapia non è garantito che sia sana di mente ma potrebbe avere più chance di esserlo di te che sei laureato in lettere ed elargisci consigli pedagogici letti in qualche manuale d’auto-aiuto. La specializzata in psicoterapia che si è fatta la SUA psicoterapia magari tende comunque al disturbo paranoide di personalità e dà segni di squilibrio con i coinquilini ma se non altro un giorno (almeno) a settimana è andata a dire a un altro terapeuta “ciao, io sono matta” e non ha l’illusione di avere il sapere della vita in tasca mentre tu che sei uno psichiatra in specializzazione la terapia non te la vai a fare però prescrivi farmaci come fossero caramelle E sbagli diagnosi.

Adesso per assistere i ragazzini sbarcati dalle carrette del mare o appena usciti dal carcere si cercano EDUCATORI. Con la laurea in scienze dell’educazione. Io vorrei capire che razza di potere ha una corporazione simile perché le venga permesso di passare da scuole e doposcuola (che è dove dovrebbero stare) al business degli immigrati. Perché chiaro come l’oro è così, altrimenti come fate a dirmi che una che ha esperienza con gli adolescenti di borgata, 7 anni di analisi (ANALISI, 3 fottute volte a settimana con il lettino e Freud – metaforicamente, sì – seduto dietro, non la terapia delle pietre calde) alle spalle e una frotta di supervisori da chiamare alla bisogna è meno qualificata di gente che al massimo ha letto Recalcati? EH?!?

I vaccini non portano all’autismo. E O sei un professionista della salute mentale O non lo sei, la cazzo di via di mezzo NON esiste.

I tempi cambiano, con i tempi che corrono

Qualche anno fa, in università, mi successe una cosa bella, una cosa commovente.

Mi ero preparata per un esame di sociologia sanitaria, che altro non è che la storia della sanità in Italia, e stavo andando a darlo con un professore che non avevo mai visto. Era uno di quegli esami che, se non ricordo male, prevedeva due modalità diverse per i frequentanti e per chi (come me) se ne era rimasto a casa ma non ero preoccupata perché studiare la riforma mi era piaciuto molto, era stato in effetti un modo di rientrare in contatto con mio padre, per sentirmi (come se ce ne fosse bisogno) ancora di più figlia sua, erede di quel medico che sempre si era battuto per i diritti del prossimo, dentro e fuori dalle corsie.

Sono arrivata all’esame e mi sono seduta davanti a questo professore, questo bell’uomo con barba e capelli lunghi e bianchissimi e due occhi azzurri azzurri. Ho spinto in avanti la mia carta d’identità per il verbale e lui l’ha guardata e mi ha chiesto: “Parente?” E io: “Di chi?” e lui: “Di Xxxxxx Xxxxx” e io, sorpresa: “Beh, sì, era mio padre”. Gli si sono riempiti gli occhi di lacrime, non scherzo, e mi ha detto con tono commosso che aveva lavorato con mio padre, che insieme avevano partecipato a mettere su la CGIL medici in Lombardia. Poi è uscito e io ho fatto l’esame con l’assistente e quando è tornato mi ha confermato il voto e mi ha augurato il meglio.

Bene.

In questi giorni pre-referendum ogni tanto sbircio la sua bacheca facebook e ci trovo post che mi lasciano perplessa: a parte il like alla pagina della Lorenzin (nota donna di poco spessore che a parte 1)essere una pdlellina e 2)aver aggredito in passato il sindacato soprattutto non ne azzecca UNA in termini di politica sanitaria) quello che mi stupisce di più è l’assoluta aderenza (con toni entusiastici) al programma di Renzi, arrivando a definirlo un Pericle che libererà gli schiavi ancora in catene. E penso a mio padre, a quello che direbbe, certa come sono che lui MAI si sarebbe “placato”, MAI si sarebbe lasciato rendere politicamente analfabeta, NEMMENO con “i tempi che corrono”, che hanno spezzato le gambe di tanti che negli anni “-anta” hanno pensato di cambiare il mondo. Ripenso a quell’esame, che mi ha dato ulteriori mezzi per difendere le mie idee, rinforzando, sulla base della mia convinzione di saper leggere tra le righe della politica e di saperne comprendere tempi e toni, la mia fiducia nel futuro, il mio rifiuto del pressapochismo e del “è tutto un magna-magna”. Quell’esame ha aggiunto un ulteriore tassello a quel “non mi avrete mai come volete voi” che i 99posse cantavano e che io difendo strenuamente.  Quell’esame è uno dei motivi per cui quando leggo la bacheca del mio prof scuoto la testa, come farebbe mio padre.

Let’s talk about… YEUUUURGH

emperorsnewgroove07

Qualche tempo fa mi fu consigliato di imparare a fare la gatta morta: tirar fuori gli occhi da cerbiatta (per niente facile quando hai occhi simil cino/talpa come i miei), miagolare, piazzarsi in modo da guardare il tuo prossimo di sotto in su (MOLTO più facile quando sei diversamente alta) e altre simili perle. La mia risposta, allora ma sarebbe la stessa oggi, è stata “non ce la posso fare”.

Proprio letteralmente. Voglio dire, guardate il titolo: lì avrei dovuto scrivere quella classica parolina di 4 lettere che comincia con la “elle” e finisce con la “e” e niente, non ce l’ho fatta. Quindi se dico che non ce la posso fare a fare la gatta morta credetemi, NON POSSO e qualsiasi tentativo mi farebbe sembrare nella migliore delle ipotesi Izma quando diventa gatto, però la versione dopo l’ictus.

Ma tornando al punto, perché avrei dovuto fare la gatta morta? Perché, e qui comincia la solita solfa, gli uomini sono immaturi, fifoni, attratti da chi li fa sentire maschi alfa nonostante il loro sentirsi cronicamente omega, hanno bisogno che tu non sappia proprio tutto, devono offrirti la cena e il pranzo e la vacanza e se tu non fai la gatta morta NON LO FARANNO MAI ma vorranno fare a metà. E questo non si fa.

Ho considerato tutta questa serie di buoni consigli e ne ho tratto, qualche mese fa, una serie di conclusioni: se l’unico modo per essere meno single (dico “meno” perché la questione della coppia insiste a non convincermi del tutto) è essere meno me allora benvenuto, futuro da gattara! Anche perché la svolta lesbica non è un’opzione praticabile.

Ve lo dico che mi accompagno da sei mesi a un ventottenne che mi apre le porte, si vuole impegnare (poi io rizzo il pelo, però insomma, ci sto provando) e che quando faccio la maestrina (sfioro livelli sconosciuti al genere umano in questo) mi guarda con i cuoricini negli occhi? Ve lo dico?

 

 

Il primo nano non si scorda mai

Ho appena finito di rivedere “il diario di una tata”, il film con Scarlett Johansson in cui lei è la tata di questo bambino dell’Upper East Side e dei genitori di lui, due stronzi pieni di soldi che secondo me non si salvano nemmeno nel finale e ho pensato al mio Nano, il bambino al quale ho fatto da babysitter per due anni e qualche mese.

Nano l’ho conosciuto che era all’ultimo anno della materna, era (ed è) un bambino bello e piacevole, uno di quei bambini che non ti viene mai voglia di appiccicare al muro perché hanno sempre qualcosa da chiacchierare, non si buttano sotto le macchine, non ti picchiano e non ti mandano a cagare. Io ero la nuova babysitter e nei miei incubi pochi giorni prima di incontrarlo c’era questa figura della “babysitter prima di me” che sicuramente era stata più simpatica al bambino di quanto non sarei riuscita a fare io e della “babysitter migliore del mondo”, che IO ho avuto e che adesso è una mia amica e che è la creatività fatta essere umano (cosa che io non sono), all’altezza della quale non sarei MAI stata. Non potete immaginare con quanta paura sono andata la prima volta a prendere il Nano, paura perché non so disegnare, non sono una sportiva, non faccio le formine con la pasta di sale o diavolerie simili.

Dopo due anni e mezzo, quando ho detto al Nano che sarei andata via e che dall’anno dopo ci sarebbe stato qualcun altro a prenderlo a scuola e a portarlo a casa, il Nano mi ha detto che tipo di babysitter (premesso che ci ha provato a chiamarmi “Tata” per un po’ poi siccome non rispondevo ha dovuto ripiegare sul mio nome) sono stata : mi ha chiesto di scegliere la prossima babysitter perché “tu te ne intendi”, mi ha detto che sono stata meglio di quella prima perché quella prima era “troppo calma, non come te” e mi ha chiesto se saremmo rimasti “sempre amici” e se ci saremmo visti “qualche giorno”.

“Qualche giorno” è dopodomani e io ho una gran paura di nuovo. Ho paura di presentarmi con i condotti lacrimali (anche le Rottermeier come me li hanno) carichi come i toboga nei parchi acquatici e ricevere tutt’al più uno sguardo di cortesia. Quello che dice Scarlett è una cagata: non è necessario DIRE al bambino che babysitti che gli vuoi bene, per restare fregate.