Ottime capacità diagnostiche.

E’ tornata a casa con la diagnosi in tasca, incazzata come una iena: incazzata con la dottoressa, che ha appiccicato un bollino sul suo bambino e fornito una lunga lista di accorgimenti pratici da mettere in atto in classe (accorgimenti che faranno sentire suo figlio un idiota, visto che il QI è da cartella “medio-alto”), incazzata con la maestra che le ha detto di portare il bambino a fare queste indagini (“ah ma io adesso gli cambio scuola”), incazzata con il padre del bambino, che se non fosse quello che è COL CAVOLO che il ragazzino avrebbe problemi e, in ultimo, incazzata con la babysitter: che vantaggio c’è ad avere una babysitter che fa la psicologa se non ti dice cosa non va in tuo figlio? Anzi, no, dirtelo magari te l’ha pure detto e ha fatto male, invece di dire cose LE SISTEMASSE. E adesso, che dovrebbe chiamarla per dirle che non c’è bisogno che vada a prendere il bambino, preferisce fare altro. Poi magari la avverte, eh, ma tipo 15 minuti prima.

Sono tornata a casa con la diagnosi in testa, per nulla sorpresa e incazzata pure io: l’avevo detto di evitare le fabbriche di questi nuovi disturbi che vanno per la maggiore e umiliano bambini e genitori senza offrire vere soluzioni. L’avevo detto che il problema era l’ansia e che potevo offrire (senza falsa modestia) i professionisti migliori sulla piazza. Lo sapevo che prima o poi questo momento sarebbe arrivato. E se lei sapesse QUANTA fatica ho fatto a fare “solo” (poi il cavolo “solo”, non è nemmeno del tutto vero) la babysitter, quanta attenzione ci ho messo. Io lo so. E allora perché cavolo mi sento in colpa lo stesso?

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Dove l’asino cade una volta non cade una seconda

(Questa è la prima frase che ho tradotto dal greco al ginnasio. Cercandola su internet ho scoperto che se ne sono appropriati gli olandesi, pare che da loro sia un famoso detto popolare. Chissà se almeno loro l’hanno imparata, questa lezione)

Ma quante volte ci si ritrova a fare le stesse scempiaggini? Tante. E quante volte si giura e giura (e spergiura) che al prossimo giro NO, al prossimo giro ti comporterai in tutta un’altra maniera?

Tante, tante volte. Sigismondo questa la chiamava “coazione a ripetere”, che più o meno equivale a vedere sempre lo stesso film aspettandosi dio solo sa perché che il finale cambi, cosa che ovviamente non succede.

E’ che a sperare che cambiando i comportamenti si cambierà il risultato si commette un errore, perché si parte proprio dal maledetto risultato: è quello che vuoi che sia diverso ma il resto no no, il resto deve restare com’è. TU devi restare come sei. Perché è BELLO restare come sei.

Il cavolo: lo sapete che la gente schizzata è convinta che la parte schizzata, che la fa soffrire, sia la parte migliore, quella che la rende specialissima? Ecco, è una cazzata. Tendenzialmente se sei una persona specialissima lo sei MALGRADO tutta la tua follia. Sì, lo so, è un discorso che fa sentire molto meno fighi, molto meno personaggi, molto meno un sacco di cose, motivo per cui (e torniamo da capo a dodici) vogliamo DAVVERO risultati diversi ma con le stesse premesse. Tutti convinti di essere star in qualche serie tv di quelle prodotte da Netflix.

A cambiare il punto di vista succedono cose incredibili. A riconoscere (ma davvero, non per dire) il proprio sacrosanto diritto a essere felici la trama del film cambia…e pure il benedetto risultato.

C’mon, show me the tank.

C’è una foca che nuota nell’oceano, una foca ferita che perde questa piccola piccola scia di sangue nell’acqua. La foca si sta facendo più o meno i fatti suoi, non molto preoccupata del suo graffietto. Lei. Tu invece, che stai guardando un documentario sul Grande Squalo Bianco, sai fin troppo bene quali saranno le prossime scene e stai sul bordo del divano in attesa di vederlo comparire, il pescemostro. Stai anche sperando che arrivi qualcuno, come per esempio un gruppo di delfini o una saggia balena, a salvare la povera foca. Quella bestia continua a farsi le sue giravolte nell’acqua e tu stai lì a masticarti le unghie dall’ansia: qualcuno, qualcuno, presto qualcuno! Dove sono le sue amiche foche, la sua mamma? E la maledetta foca, non la vede quell’ombra che se la mangerà?

 

Ha solo quindici anni e mi sorprendo a pensare “quel vecchio di merda!” di un mio coetaneo, che le gira intorno in cerchi sempre più stretti: stai attenta a non fare la domanda sbagliata, a non dire la cosa sbagliata, perché il senso di colpa è dietro l’angolo e anche lei è preoccupata ma la sua preoccupazione ha tutta una forma diversa, perché questa foca sta andando incontro a quello squalo paziente e scaltro e del resto perché non dovrebbe? Quando le altre foche sa dio dove sono perché questa non dovrebbe scambiare un squalo per un amichevole delfino? Stai attenta a non fare la domanda sbagliata, allora, cerca di spingerla verso la riva con una serie di esche che non nominino nemmeno lontanamente il maledetto pesce pieno di denti: tu sei preoccupata e lei anche. Tieni la consapevolezza appena al di sopra delle vostre teste anche se vorresti tanto…

Parla per te

“Un tratto caratteristico del comportamento degli individui che si aggregano in un gruppo secondo un assunto di base è l’uso del linguaggio più per veicolare sensazioni ed emozioni che per comunicare un senso e significati precisi. Al gruppo in assunto di base sono estranei i concetti di sviluppo e di « apprendere dall’esperienza »; in esso sono inesistenti riferimenti temporali in termini di prima, dopo, ecc.. I membri, in quanto compartecipi di un gruppo in assunto, subiscono una perdita della loro individualità, si trovano cioè in una condizione fenomenologicamente non distinguibile dalla depersonalizzazione.” (- Note sugli assunti di base di W.R. Bion. Rivista di Psicoanalisi, XXVII, 3-4, pp. 739- 748, bibl. di 20 titoli- Claudio Neri).

Il gruppo è un essere dannatamente pericoloso ed efficace e il primo compito di chi lavora con questo strano animale è tenere bene a mente quanto possa essere potente, generativo ma anche distruttivo, dotato com’è di tanti piedi e di una sola testa. Nel gruppo i singoli possono perdersi, la responsabilità si diffonde a tutti i membri rendendo più facile compiere azioni altrimenti impensabili e molti dei comportamenti che definiamo antisociali, tipici del branco, hanno la loro ragione di esistere come prodotto di un gruppo teso a nulla se non al mantenimento di una sorta di regressione. La lealtà a questo tipo di gruppo, che permette di idealizzarlo come il gruppo migliore del mondo, produce comportamenti aggressivi nei confronti dell’esterno “diverso” che in qualche modo potrebbe danneggiarlo, cambiarne la natura o le dinamiche (e qui ritroviamo per esempio le radici del bullismo, di qualsiasi stampo sia), o anche verso un membro interno che tende al cambiamento e alla crescita. Con i gruppi non si scherza e utilizzarli nella terapia presuppone la considerazione costante della forza delle dinamiche inconsce presenti.

Mi chiedo se, nell’epoca di Internet in cui tutti siamo spinti a considerarci come “singoli”, “individualisti” e “sempre più soli” (non sono queste le parole preferite da chi demonizza la rete?) non ci sia invece la possibilità di ignorare o comunque sottovalutare l’azione del “branco on-line”: se è stato riconosciuto che i gruppi virtuali condividono con i gruppi reali una serie di condizioni (mi piace soprattutto quella della “co-presenza enunciativa”) che li rendono, appunto, gruppi cosa impedisce che possano configurarsi come antisociali (nel peggiore dei casi, ovviamente) tanto quanto? Nulla.

Chi scrive, a dirla tutta, ha sempre guardato ai gruppi con sospetto (a eccezione dei gruppi di lavoro, perché sono una secchiona: concentrare le mie energie con altre persone per capire meglio Freud, organizzare un cineforum o un pezzo di corteo o dipingere la stanza di un amico che si è appena trasferito mi ha sempre riempito di gioia e mi ha regalato alcuni dei miei rapporti sociali migliori). Adesso che mi ritrovo a guidarne uno con uno scopo ben preciso (e a evitarne altri anche lì per ragioni ben precise) mi sorprendo davanti alla necessità di ritornare costantemente a me (molto più di quanto non si farebbe in una situazione non gruppale) singola, autonoma, con un ruolo, con un occhio attento a quello che succede e al motivo che ci potrebbe essere dietro. Farsi prendere dalle dinamiche del gruppo è straordinariamente semplice, considerato quanto sono potenti e arcaiche, ma farmi strattonare da una parte all’altra come una banderuola incosciente non porterebbe ad alcun risultato propulsivo e positivo. E io quello voglio e DEVO a chi mi segue.

Velocità

Si dice spesso che in questo ventunesimo secolo, in queste città tentacolari, corriamo tutti. A me non sembra mica tanto vero, credo che in effetti noi si sia dotati di 5 velocità e credo anche che molti di noi tendano a rimanere su quella a loro più cara a prescindere dalle circostanze e da quello che sarebbe meglio fare.

Cominciamo dalla velocità 1 che è, e magari sembra strano, STARE FERMI. Stare fermi non vuol dire che non succedano cose, ma semplicemente che dall’alto piovono oggetti e noi siamo lì sotto e scegliamo di prenderne alcuni al volo e di lasciar cadere gli altri. Stare fermi non è male e richiede un notevole autocontrollo. E’ quel tipo di velocità che padroneggia chi è incredibilmente sicuro di sé o è molto flessibile o ancora è terribilmente fatalista.

La velocità 0 invece è ANDARE INDIETRO, fosse anche solo andare indietro con lo sguardo. Si rimane impastoiati in un ricordo continuamente rimaneggiato che non ha più nulla a che spartire con quello che è stato effettivamente l’evento o il momento reale. No buono.

La velocità 2 è DEVI STARE MOLTO CALMO: si va avanti ma si va avanti pianino pianino, modalità bradipo. Fattibile se non si sta attraversando un’autostrada. La contemplazione la fa da padrone e l’ansia altrui non scalfisce nemmeno lontanamente il bradipo. Io credo che il bradipo in realtà abbia dentro Usain Bolt. Ma Usain Bolt sotto morfina.

Molto comune nelle città tentacolari di cui sopra è la nostra velocità 3, altrimenti detta SCANSATI CHE MI DEVO FERMARE PIU’ AVANTI: come quelli che sulle scale mobili ti sfrecciano di fianco e poi, una volta che ti hanno superato, si fermano. In mezzo. E’ la velocità da “devo andare da a a b ma non voglio morire però devo riuscirci per cena”, cioè quella un po’ da tutti i giorni, la velocità  prêt-à-porter.

Infine c’è lo SPRINT, la velocità 4. La velocità 4 è quella che non puoi tenere più di un tot perché sennò ti vengono le crisi isteriche, di pianto, di furia assassina, di bulimia notturna. Non è possibile campare alla velocità 4 ma ci sono persone che si illudono che lo sia e NON POTETE ASSOLUTAMENTE DIRGLI IL CONTRARIO. Alla velocità 4 noi strilliamo (anche se magari ci rinchiudiamo nel più assoluto mutismo), sputiamo, ci soffiamo il naso tappandoci una narice, bestemmiamo, tiriamo calci e mordiamo. Insomma, alla velocità 4 facciamo un po’ schifo.

Va bene. Io credo che tra tutte queste possibilità ce ne sia una che, nel mio caso, è stata veramente poco poco usata. Così poco che devo cambiarle le batterie. Proviamo a vedere se questa 1 funziona ancora.