DSA e BES: dalla parte dei bambini

“Io sono un BES”
“e cosa vuol dire?”
“non lo so”

Il numero di bambini che arriva ai servizi di neuropsichiatria infantile per una valutazione delle capacità cognitive e degli apprendimenti è diventato talmente alto da costringere varie regioni italiane a convenzionare centri privati per smaltire la mole mostruosa delle liste d’attesa: file di genitori aspettano il loro turno per essere chiamati e portare i figli a fare test che decreteranno se i pargoli sono dislessici, disgrafici, disortografici o se hanno “problemi emotivi” che fanno sí che vadano male a scuola. Nei primi tre casi le diagnosi “discolpano” genitori e bambini, i primi dall’accusa di essere cattivi genitori e i secondi da quella di essere svogliati, nell’ultimo parte una raccomandazione di trattamento psicologico di vario tipo (a seconda dell’orientamento che va per la maggiore nel servizio in questione) e il senso di colpa, tu genitore, te lo gestisci un po’ come ti viene.
Uno potrebbe dire che cosí chi ha bisogno dello psicologo viene prontamente preso in cura. Uno potrebbe dire che cosí un bambino (o un adolescente) non penserà di essere stupido o pigro, ma “solo” di aver un disturbo.
Il dramma è che tutto ció è vero e contemporaneamente non lo è.
Immaginiamo un bambino x a cui viene detto che ha diritto a strumenti compensativi o che si vede ridotto il numero delle ore di scuola. La scusa ufficiale è che non ce la fa a reggere la mole o il tipo di compiti che i suoi coetanei sostengono e che cosí, con il suo programmino specifico, riuscirà a portare a termine la scuola con voti buoni che sosterranno la sua autostima. Credere a una cosa del genere vuol dire credere che i bambini siano cretini. No, scusate, non cretini: che siano proprio un branco di idioti. Non solo il bambino diventa consapevole del suo non riuscire a essere come gli altri “per costituzione” ma assume questo presunto disturbo come parte di lui: il BES (Bisogni Educativi Speciali) non è piú un provvedimento burocratico preso per “venirgli incontro” ma diventa una parte di lui, un assunto identitario. Come mi ha detto un bambino: “Io SONO un BES”.
Quando si era piccoli negli anni ’80-’90 (e anche prima) non esistevano DSA o BES e le cose andavano cosí: se ti andava bene incontravi la maestra intelligente che sapeva vedere i tuoi buoni risultati nonostante la calligrafia illeggibile, le operazioni pasticciate e la timidezza a volte ammutolente durante le interrogazioni, se ti andava male trovavi quella sveglia come una pigna che urlava e ti metteva due e magari ti faceva odiare la scuola al punto che arrivato a 16 anni te ne andavi dopo averle bruciato la macchina. In entrambi i casi comunque quello che ti veniva detto era che dovevi impegnarti per migliorare. Che FACEVI qualcosa di sbagliato. FACEVI, non ERI. Poi magari finiva che la zappa in matematica diventava uno scrittore e quello lentissimo a scrivere un chimico, o magari no. Se avessimo avuto prima queste diagnosi avremmo sorretto l’autostima di tanti bambini? Avremmo impedito la dispersione scolastica? NO. E NO. E NO.
Ultimamente sta uscendo questo “scoop”: tanti professionisti della salute mentale (soprattutto americani) stanno dicendo che la diagnosi di ADHD (disturbo dell’attenzione e iperattività) NON HA RAGIONE DI ESISTERE. Che è un SINTOMO. La psicoanalisi questo lo dice da ANNI, da quando queste maledette diagnosi hanno visto la luce ma gli americani, che se le sono inventate, le hanno esportate. NOI ce le siamo bevute e abbiamo cominciato, come gli americani, a dare farmaci ai bambini per l’ADHD, farmaci di cui vedremo gli effetti negli anni.
Vedremo gli effetti anche dei DSA. Questa diagnosi, che viene incontro ai bisogni di tanti (delle scuole che hanno pochi fondi, degli insegnanti che hanno troppi alunni in classe, dei centri privati che si trovano con chili di nuove cartelle e dei vari corsi e corsetti per imparare a fare queste valutazioni) verrà sbugiardata. Tanto per dire vorrei proprio sapere quanti DSA hanno paesi come la Svezia che pensano tanto a nuovi modi di fare istruzione e si concentrano sul benessere dei bambini e di chi gli fa lezione. Forse loro non si pongono nemmeno il problema. Forse loro della calligrafia dei bambini che scrivono male se ne fregano oppure trovano modi, IN CLASSE e non in uno studio medico, per porvi rimedio.
MA POI: PERCHÉ?
Il paradosso è questo: siamo un paese di analfabeti funzionali, di capre ignoranti, di gente che non sa scrivere manco la lista della spesa e di persone che scrivono libri con personaggi di nome Step e Baby e – Dio ciccio – diventano RICCHI in questo modo, eppure pretendiamo che i bambini corrispondano a uno standard che nella popolazione normale non esiste. Pretendiamo che siano non solo senza difetti ma anche senza guizzi personali: se non fossi stata discalculica (cosa che immagino, avendo ben in mente la mia reazione di fronte alle operazioni piú banali) forse non avrei passato il mio tempo fin da piccola a scrivere come una matta. Se il mio amico dottorando in matematica non avesse odiato leggere forse non avrebbe mai inventato modi matematici (sa dio quali) per “ripulire” le immagini delle stelle. Come mai abbiamo deciso di pretendere dai bambini uno standard che vorrebbe gli italiani tutti Leonardo Da Vinci? Chi ci ha cacciato in testa che invece di formare meglio gli insegnanti e di sovvenzionare le scuole pubbliche (invece di foraggiare quelle private) sarebbe stato meglio dare la colpa ai bambini che non sono come dovrebbero essere?
Tra vent’anni qualcuno dirà “questa diagnosi di DSA non solo è una boiata ma fa danni” ma nel frattempo noi ci saremo persi un sacco di bambini e di giovani che dicendo “Io SONO un DSA” si saranno preclusi la gioia di desiderare futuri luminosi e la piccola possibilità di essere CAPACI, di avere un valore a prescindere dalla calligrafia a zampe di gallina.

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La verità è che non ti piace abbastanza.

Disclaimer: non sono un guru né pretendo di esserlo e non mi sento superiore a nessuno, conosco molto bene (per averli messi in atto anche in maniera reiterata e PER ANNI) tutti quei meccanismi pessimi di cui mi accingo a parlare.

A voler chiacchierare con un po’ di persone diverse in un po’ di posti diversi nel mondo scommetto che ne verrebbe fuori un argomento comune e che quell’argomento sarebbe il lavoro. Il lavoro, i giovani, il lavoro dei giovani. Tutto vero. Un altro argomento comune però, che viene forse dopo il meteo ma sicuramente prima della politica estera, è quello delle relazioni. Le relazioni (perdonatemi, so che non è politically correct ma a me spetta parlare di quello che conosco) tra uomini e donne.

I ruoli sono cambiati: lo sappiamo, ce lo dicono tutti, sono cambiati…senza farcene trovare di nuovi (o almeno, non per quelli nati intorno agli anni ’80: di nuovo, perdonatemi se parlo solo di quello che conosco). Le donne non sono più ferme all’uscio ad aspettare l’uomo cacciatore e l’uomo cacciatore si è dato al vegetarianesimo…vegetarianismo…insomma, non caccia più.

Ammettiamo per un attimo che questo sia sempre vero (cosa che OVVIAMENTE non è ma facciamo finta che lo sia): le donne sono diventate predatrici? Forse, ma non padroneggiano l’arte come l’uomo che fu e d’altro canto gli uomini di oggi ci stanno fino a un certo punto a farsi “cacciare”, con un risultato mi pare (non me ne voglia nessuno)…di un appiattimento generale. Pensateci: QUANTE conversazioni uguali tra loro avete avuto con le vostre amiche? Quanto siete state (ragazze) uguali alle amiche di cui sopra? Perché un film come “La verità è che non gli piaci abbastanza” CI AZZECCA COSI’ TANTO? Siamo diventate gli stereotipi degli stereotipi?

1) Una cosa comune a molte donne è l’ANALISI. Dimostrando come possa essere vero fino alla noia l’adagio che vuole le donne analitiche e gli uomini sintetici alcune donne passano il loro tempo ad analizzare ogni singola particella di una conversazione avuta con un uomo (di loro interesse): ogni sfumatura della voce, la scelta di un certo vocabolo invece di un altro, i tempi di risposta (sia verbali che scritti), ogni movimento del corpo, la frequenza con cui queste comunicazioni avvengono, anche l’ORARIO DELLA GIORNATA in cui avvengono (true story). Non sto facendo la figa, l’ho fatto anch’io. Ho notato però che quando una donna incontra un uomo con il quale la relazione va liscia ne parla molto meno con le amiche: magari racconta cose fatte, dette, viste, particolari sessuali più o meno piccanti e anatomicamente precisi ma non passa il suo tempo a chiedere alle amiche cosa ne pensano loro. Si può dunque anche parlare d’altro, quando ci si vede. Mi verrebbe da dire allora che un rapporto in cui si parla (o scrive) tanto e si FA poco e che necessita di un Rocci per la sua comprensione potrebbe già avere sopra un’enorme insegna che dice “NO”, però potrei sbagliarmi.

2) Un’altra cosa comune a molte donne è la PREPOTENZA. Occhio, non è manifesta, è sottile, è fatta di manovre spesso silenziose atte a ottenere da un uomo quello che la donna vuole e che l’uomo non sarebbe incline a dare. Pare che gli uomini di queste manovre non siano coscienti e che ne subiscano l’effetto. A volte. A volte invece non solo non le registrano ma non le sentono nemmeno e un sigaro rimane un sigaro anche quando non lo è (sto maltrattando indebitamente Freud, lo so). Questa prepotenza, questo tentativo di controllo può riuscire o meno ma è figlia di quella leggenda che viene semplificata molto bene da una battuta di “Il mio grosso grasso matrimonio greco”: l’uomo è il capo ma la donna è il collo. Il punto sta nel fatto che non è vero, che sottovalutare gli uomini pensando di addestrarli manco fossero cani non fa onore a chi pretende di sceglierli come compagni e spesso e volentieri NON FUNZIONA. Come se avessimo bisogno di comandare in casa perché nel mondo non possiamo: come dicevo, abbiamo perso i vecchi ruoli ma non sappiamo quali siano quelli nuovi.

3) Poi c’è l’annosa questione del PRINCIPE AZZURRO. Prima ci hanno fatto vedere i principi azzurri (da Filippo a Patrick Swayze), poi ci hanno detto di abbandonarli e crescere – per Dio! – perché nessuno è perfetto, perché Cenerentola dopo il matrimonio ha cominciato a farsi di eroina e perché bisogna essere REALISTICHE. Gli americani nelle loro commedie romantiche continuano a dire il contrario e per questo li disprezziamo ma vorrei spezzare una lancia a favore di Filippo: magari non esiste, ma IL DESIDERIO e L’IMMAGINAZIONE hanno spinto l’essere umano verso la scoperta del volo, dello spazio, della realtà virtuale e della cura per il cancro (solo per citarne un paio). Se Colombo avesse pensato “sto dicendo un mucchio di cazzate, una via più breve per le Indie non esiste” non (uhm, sorvoliamo, sennò poi mi parlate di indiani morti)…ci siamo capiti. Quindi, dando per scontato che il principe azzurro non esista, che il rischio sia di rimanere al palo perché abbiamo scartato una serie di ranocchi (già che ci siamo: QUANT’E’ STRONZA esattamente quest’idea? Come a dire che se non riesci a trasformarli è colpa tua….si veda il punto 2), ci siamo messe a inseguire certi soggetti che manco Ted Bundy. Come se Belle si fosse accasata con Gaston, invece di voler vivere di aaaavventureee. Ci hanno anche detto che ci sono tre donne per ogni uomo, tanto per farci venire un’altra anZia, dove la “zeta” è maiuscola perché a questo punto anche uno zombie ci andrebbe bene (se non fosse per il famoso problema dell’orologio biologico che NON E’ PER NIENTE OBBLIGATORIO ma anche qui, per la millesima volta: vecchi ruoli, via! Nuovi…non pervenuti!)

4) In realtà io penso (c’è chi di sicuro mi smentirà) che il fulcro della questione sia il punto 3 ma leggete anche questo per farmi contenta. Sembra che L’ALTERNATIVA PEGGIORE sia rimanere soli. Il leitmotiv è “tutti hanno paura di restare soli”: ora, se restare soli vuol dire non essere amati da nessuno, parlare con gli oggetti, vivere in una casa di cartoni sotto il lungotevere e morire al freddo allora c’è ragione di averne paura. Se però vuol dire “restare single” allora…PERCHE’??? Se incontri qualcuno che ami e che ti ama, che tratti bene e che ti tratta bene, con cui ti fai grasse risate e ottime trombate BENE! OTTIMO! Ma se invece non lo trovi siamo sicuri che essere circondati da amici, con il proprio tempo, la propria casa, il proprio lavoro, la libertà di decidere se domani vuoi fare colazione a Parigi o dormire nell’Hotel di Harry Potter sia così male?  Tocca ricordarsi anche che poi restare da soli finisce e vorrei proprio vederla quella persona, magari anche felicemente accoppiata, che in qualche piccolo momento segreto non sente la mancanza di quel periodo in cui stava per i fatti propri e sentiva di avere il mondo in mano.

In conclusione, penso davvero che il problema non sia essere realistici ma tutto il contrario, che il desiderio abbia un ruolo centrale in tutti i cambiamenti importanti per l’essere umano, a patto però che abbia la “D” maiuscola, che non sia CONCRETO. Sognare di volare è una figata, sognare di possedere un Jet è triste, e la soddisfazione  che ne deriva di breve durata.

Proprietà privata

Io non possiedo niente di più grosso di una sedia. Non ho una casa mia, non ho una macchina e di certo non possiedo una persona. Mi frequento con un incantevole uomo gigante ma questo non è sufficiente a dire che è mio. MIO non è nessuno, SUA non sono di nessuno: tremate tremate, le streghe son tornate anche se son sempre state qui, come me.

Qualche giorno fa il mondo (singolare maschile AL maschile) mi ha ricordato che anche se cerchi di evitare maschilisti e maschilismi puoi provarci finché vuoi, a vivere nella tua bella isola felice in cui si discute se SINDACA sia un appellativo accettabile o discriminatorio, ma prima o poi il mondo ti raggiunge. Ti raggiunge nel momento in cui meno te lo aspetti e cioè mentre stai decidendo dove andare a dormire in un’altra città, per un evento cui vorresti partecipare.

Lei: “Sei gentilissimo ad offrirmi la tua camera degli ospiti, allora ok grazie mi risolvi davvero il problema, ci tengo molto a venire per vedere questa cosa”

Amico: “Figurati, mi fa piacere”

DUE ORE e un infinito numero di “sta scrivendo…” dopo…

Amico: “ma gliel’hai detto al tuo ragazzo che stai da me?”

Lei: “non ancora, no, sto cercando di capire come parlargliene” (il ragazzo, VA DA SE’, è geloso)

Amico: “glielo devi dire, altrimenti poi quello che si ritrova con il citofono bruciato (COSACAZZO?) sono io. Diglielo.”

“Glielo devi dire”. DEVI per chi. Perché vorresti scopartela, la tua amica, ma per carità è meglio mettere le cose in chiaro e diventare più realista del re, fosse mai che questa adescatrice ti fa su? Per il ragazzo di lei, che tu manco conosci ma al quale già ti senti unito da un vincolo di fratellanza che nemmeno Red & Toby? Per una questione di adesione a un mondo di regole di cui per il resto non ti frega cazzo visto che tu comunque ti senti libero di fare quello che vuoi con donne più o meno impegnate? Su quale montagna ti arrampichi per far piombare così dall’alto questo DEVI, pesante come le tavole della legge? Lei ti paga per farle da analista/confessore/padre putativo? No. Quel DEVI ha una sola, chiarissima origine: l’idea che una donna, con la quale dovresti al massimo avere un rapporto di blanda amicizia, è in coproprietà, tua e di tutti gli uomini che dovessero sentire l’esigenza di comunicarle qualcosa sulla sua persona. Quanto è bella. Quanto è brutta. Quanto sta bene. Quanto è grassa. Come cazzo si veste. Se scopa abbastanza. Se non scopa abbastanza. E quindi anche cosa deve dire al suo ragazzo se si azzarda ad accettare l’offerta di un letto (di cui per altro non ha alcuna intenzione di fare un uso ludico). Perché è ovvio, se poi viene fuori che lei è stata tua ospite lui (amico tuo anche senza esserlo perché dotato degli stessi tuoi attributi) poi in qualche modo dovrà rifarsi su di te bruciandoti un citofono a caso.

Ma fosse mai che il citofono la gente te lo brucia perché sei TU che DOVRESTI fare meno lo stronzo? Fosse mai che a bruciarti il citofono è stata una donna alla quale hai dato una lezione di vita di troppo?

 

Ovvietà un tanto al chilo

“Sai, anche io volevo farlo”

“Lo siamo un po’ tutti”

“Ho sbagliato mestiere, avrei dovuto proprio fare il tuo”

“Nel mio corso sommiamo lo sciamanesimo alla fisica quantistica e curiamo a partire dai movimenti”

NO. Mi sentite? NO.

Se è un dato di fatto tra le persone mediamente normali che i vaccini NON provocano l’autismo e NON ti fanno diventare un rettiliano ma non farli SI’ che ti rende veicolo di malattie che fino all’altroieri erano praticamente debellate e mette a rischio di morte i bambini manco fossimo in qualche romanzo del ‘700 allora dev’essere un dato di fatto anche che lo psicologo (lA, in questo caso) non è uguale al macellaio. Non è uguale al farmacista, non c’entra niente con gli indiani d’America o con gli indiani con il pallino, non ti sa dire se menti se ti gratti l’orecchio, non legge nel pensiero e NO TU CHE NON SAI UN CAZZO NON LO PUOI FARE.

Se mi trovate nervosetta lo potete dire, è che sono un po’ stanca.

La laureata in psicologia che ha fatto l’esame di abilitazione è sulla carta una psicologa: non ha molta esperienza, se si limita a questo, ma sicuro ne ha più di te che fai il parrucchiere e non ti sei fatto un anno di tirocinio, mentre lei SI’. La laureata in psicologia che si è iscritta a una scuola di specializzazione in psicoterapia non è garantito che sia sana di mente ma potrebbe avere più chance di esserlo di te che sei laureato in lettere ed elargisci consigli pedagogici letti in qualche manuale d’auto-aiuto. La specializzata in psicoterapia che si è fatta la SUA psicoterapia magari tende comunque al disturbo paranoide di personalità e dà segni di squilibrio con i coinquilini ma se non altro un giorno (almeno) a settimana è andata a dire a un altro terapeuta “ciao, io sono matta” e non ha l’illusione di avere il sapere della vita in tasca mentre tu che sei uno psichiatra in specializzazione la terapia non te la vai a fare però prescrivi farmaci come fossero caramelle E sbagli diagnosi.

Adesso per assistere i ragazzini sbarcati dalle carrette del mare o appena usciti dal carcere si cercano EDUCATORI. Con la laurea in scienze dell’educazione. Io vorrei capire che razza di potere ha una corporazione simile perché le venga permesso di passare da scuole e doposcuola (che è dove dovrebbero stare) al business degli immigrati. Perché chiaro come l’oro è così, altrimenti come fate a dirmi che una che ha esperienza con gli adolescenti di borgata, 7 anni di analisi (ANALISI, 3 fottute volte a settimana con il lettino e Freud – metaforicamente, sì – seduto dietro, non la terapia delle pietre calde) alle spalle e una frotta di supervisori da chiamare alla bisogna è meno qualificata di gente che al massimo ha letto Recalcati? EH?!?

I vaccini non portano all’autismo. E O sei un professionista della salute mentale O non lo sei, la cazzo di via di mezzo NON esiste.

I tempi cambiano, con i tempi che corrono

Qualche anno fa, in università, mi successe una cosa bella, una cosa commovente.

Mi ero preparata per un esame di sociologia sanitaria, che altro non è che la storia della sanità in Italia, e stavo andando a darlo con un professore che non avevo mai visto. Era uno di quegli esami che, se non ricordo male, prevedeva due modalità diverse per i frequentanti e per chi (come me) se ne era rimasto a casa ma non ero preoccupata perché studiare la riforma mi era piaciuto molto, era stato in effetti un modo di rientrare in contatto con mio padre, per sentirmi (come se ce ne fosse bisogno) ancora di più figlia sua, erede di quel medico che sempre si era battuto per i diritti del prossimo, dentro e fuori dalle corsie.

Sono arrivata all’esame e mi sono seduta davanti a questo professore, questo bell’uomo con barba e capelli lunghi e bianchissimi e due occhi azzurri azzurri. Ho spinto in avanti la mia carta d’identità per il verbale e lui l’ha guardata e mi ha chiesto: “Parente?” E io: “Di chi?” e lui: “Di Xxxxxx Xxxxx” e io, sorpresa: “Beh, sì, era mio padre”. Gli si sono riempiti gli occhi di lacrime, non scherzo, e mi ha detto con tono commosso che aveva lavorato con mio padre, che insieme avevano partecipato a mettere su la CGIL medici in Lombardia. Poi è uscito e io ho fatto l’esame con l’assistente e quando è tornato mi ha confermato il voto e mi ha augurato il meglio.

Bene.

In questi giorni pre-referendum ogni tanto sbircio la sua bacheca facebook e ci trovo post che mi lasciano perplessa: a parte il like alla pagina della Lorenzin (nota donna di poco spessore che a parte 1)essere una pdlellina e 2)aver aggredito in passato il sindacato soprattutto non ne azzecca UNA in termini di politica sanitaria) quello che mi stupisce di più è l’assoluta aderenza (con toni entusiastici) al programma di Renzi, arrivando a definirlo un Pericle che libererà gli schiavi ancora in catene. E penso a mio padre, a quello che direbbe, certa come sono che lui MAI si sarebbe “placato”, MAI si sarebbe lasciato rendere politicamente analfabeta, NEMMENO con “i tempi che corrono”, che hanno spezzato le gambe di tanti che negli anni “-anta” hanno pensato di cambiare il mondo. Ripenso a quell’esame, che mi ha dato ulteriori mezzi per difendere le mie idee, rinforzando, sulla base della mia convinzione di saper leggere tra le righe della politica e di saperne comprendere tempi e toni, la mia fiducia nel futuro, il mio rifiuto del pressapochismo e del “è tutto un magna-magna”. Quell’esame ha aggiunto un ulteriore tassello a quel “non mi avrete mai come volete voi” che i 99posse cantavano e che io difendo strenuamente.  Quell’esame è uno dei motivi per cui quando leggo la bacheca del mio prof scuoto la testa, come farebbe mio padre.

05/06/2016

Sono da poco passate le 23 e anche quest’anno ci sono risultati elettorali da attendere, risultati che mi terranno al computer per buona parte della notte… e pensare che quest’anno avevo pensato di non partecipare alla giostra generale.

Era ottobre e ricordo benissimo il momento in cui ho pensato di poter essere fiera del mio sindaco, del sindaco della Capitale: nemmeno due settimane dopo ci sarebbe stata una bizzarra riunione da un notaio e il sindaco che tanto mi piaceva, il “marziano” che adesso si vede spesso in Feltrinelli, veniva mandato via in un clima che chiamava vendetta.

Ho sempre votato, io. E ho spesso (sempre? Quasi) votato “utile”, dove l’aggettivo indica l’utilità di dare il proprio voto a qualcuno che non ti piace tanto ma che comunque sembra meglio del disastro totale. Io (e altri come me) SONO e SONO STATA “responsabile”, con buona pace di Scilipoti che avrebbe da controllare il dizionario per trovare l’aggettivo che meglio lo descrive. A noi elettori di sinistra si è chiesto spesso e volentieri di essere “utili”, di offrire i nostri scrupoli in sacrificio sull’altare del “meno peggio” e alcuni (molti) di noi si sono adattati di conseguenza, spaventati dall’alternativa (che ERA orrida eh, che CONTINUA a essere orrida).

Poi abbiamo votato (io, tipo) per le primarie del PD: era andata in una certa maniera. Le politiche hanno travolto quella “certa maniera”, ribaltando tra le altre cose anche il risultato di quelle primarie: al secondo giro di boa la base ha votato tutt’altro. E siamo entrati nell’era dei notai, ecco.

Torniamo a ottobre: ero contenta, pensavo che con tutti i vespai che stavano venendo fuori a Roma se la situazione fosse riuscita a rimanere almeno lontanamente governabile QUALCOSA sarebbe successo. E in effetti qualcosa E’ successo ma sfortunatamente nulla che potessi augurarmi: è arrivato il Commissario e come si dice…fine dei giochi.

Aspettavo lui, aspettavo il Marziano. E non ero l’unica.

Il marziano però non si è visto (e in effetti perché avrebbe dovuto, un’uscita del genere non poteva in alcun modo permettere che qualcuno che era stato buttato fuori dalla finestra cercasse di rientrare dalla porta) e quindi…e quindi non avevo alcuna intenzione di votare. Mi ero rotta le scatole di votare utilmente, di essere responsabile al posto di altri, ma soprattutto mi ero sentita MOLTO inutile, in tutta la mia utilità. Mi ero sentita come tutti gli altri, tutti quegli altri che avevo sempre cercato di “tirare su”, di “contagiare” e dai quali mi ero dovuta difendere a spada tratta perché non contagiassero loro me, per difendermi dalla depressione, dal qualunquismo, dalla rabbia dura di comprendonio. Mi è costato fatica e nel corso degli anni ho perso la voglia di parlare di politica per difendermi, figuriamoci se avevo ancora le energie per cercare di CONVINCERE qualcuno. Quindi non mi sono sentita solo inutile, ma anche prosciugata. A caso, pure.

Così a questo giro, approfittando del fatto che avevo esaurito tutti gli spazi sulla tessera elettorale, avevo deciso di non votare. E ho difeso questa mia decisione, con l’arroganza di chi può dire “NON mi fare i soliti discorsi, io non sono la solita elettrice piagnona, se IO dico che non vado a votare TU devi farti due domande sul perché continui a dire che io e te ci dovremmo andare.”  Ho detto che non sarei andata a votare e ho sentito i rimproveri degli amici ma ero convinta che nulla avrebbe potuto farmi cambiare idea…e sbagliavo.

Sono andata a votare e ho deciso di farlo nel momento in cui qualcuno ha FESTEGGIATO la mia astensione come prova del mio aver “finalmente capito” la verità: che sono tutti uguali, che è tutto una merda, che mi ero attardata fin troppo in un mondo di farfalline e uccellini che anche lor vivrebbero in casette. A 33 anni finalmente ero giunta alla sacra consapevolezza, riunita con i saggi, i furbi e gli sgamati, libera finalmente del giogo genitoriale che mi voleva militante, idealista, speranzosa.

A QUESTO PUNTO

  • Sono arrivata all’ufficio elettorale per rinnovare la tessera e ho scoperto di aver lasciato a casa il documento
  • Tornata a casa e recuperata la carta d’identità scendo e trovo il tram. Rotto, sulle rotaie, con una fila di altri tram dietro che non possono avanzare
  • Vado a prendere la metro, i tornelli non leggono il mio abbonamento e non c’è nessuno nel gabbiotto, quindi mi tocca comprare il biglietto

MA

La mia risposta è stata un sonoro “vaffanculo” e sono andata a votare, perché ogni giorno voglio potermi riconoscere, viva e vegeta.

La buona scuola

Qualche tempo fa al Virgilio (il mio ex liceo) la polizia è entrata, si è portata via quattro studenti e ne ha arrestato uno: forse spacciava, forse aveva una canna, forse era uno studente, forse no.

Al di là di tutto (tutto che non ho la minima intenzione di trattare) più leggo articoli e botta e risposta su questa faccenda più penso che in generale, su tutti i fronti, la scuola ha alzato le mani: i bambini delle elementari si picchiano o prendono in giro i bambini “diversi” (per un motivo o per un altro)? Sono i genitori che devono educarli. Gli stessi nanerottoli scrivono troppo grosso troppo storto? C’è “l’esperto” che fa una diagnosi e somministra la brava terapia fatta di rinforzini per le risposte corrette. I ragazzi più grandi si passano le canne (o le pasticche, dipende dalla scuola) in cortile? Si chiama la polizia. A questo punto c’è da chiedersi effettivamente DI COSA si occupi la scuola, a parte gli invalsi e le date della prima guerra mondiale…e la risposta io la so. E non vi piacerà.

Quando arrivi in una scuola superiore di periferia, in una zona notoriamente “difficile” hai la fortuna di vedere un meccanismo che a dispetto della scarsità di fondi e mezzi della scuola in questione è lucidissimo e funzionale. E’ lo stesso meccanismo presente in altre realtà ma se nelle zone più “fortunate” o nelle scuole per i più piccoli riesce a sfuggire alla vista perché non è così spudorato nelle scuole degli sfigati si vede benissimo. La scuola del 2000, in Italia, è uno strumento chirurgico con uno scopo: la selezione di classe.

La diagnosi, tendenzialmente, è una: “non scolarizzati, non scolarizzabili”. Si tratta di ragazzi e ragazze che fanno casino, che vengono da famiglie sfasciate, composte da delinquenti o da persone con pochi mezzi (in tutti i sensi), che si mettono a spacciare, che rispondono male agli insegnanti, che non studiano e non si comprano i libri (né le penne, tanto per capirci). Questi sono i soggetti che, secondo un caro vicepreside che ho avuto il piacere di incontrare, “devono essere eliminati”. Come si eliminano? Si comincia consigliando ai genitori di far cambiare scuola all’alunno/a: ho parlato con una serie di ragazze e ragazzi che mi dicevano di essere stati bocciati allo psicopedagogico o al linguistico e di essersi poi iscritti all’istituto tecnico. Vi sembra normale? Non lo è o meglio lo è se consideriamo la scelta della scuola come una scelta del tutto trascurabile, che non deve tener conto dei desideri dell’adolescente, figuriamoci poi dei suoi sogni per il futuro. Ecco, i sogni sul futuro: faccio una fatica bestiale a trovarli, per lo più quello che mi viene detto, quando chiedo di “sparare alto” è: “vorrei fare la professoressa/l’avvocato/il tatuatore/il medico/il calciatore MA NON E’ POSSIBILE” e quando chiedo perché non è possibile 9 volte su 10 la risposta è una scrollata di spalle o un ancor più lapidario “mi ha visto?”. COME ci si arriva a questa risposta? I professori consigliano ai genitori NON di far seguire il figlio da uno psicologo e/o da qualcuno che lo aiuti nello studio ma di iscriverlo in una scuola dove si studia MENO. E voi direte “sarà contento l’adolescente fancazzista di studiare meno!” Certo. E’ contento. E mentre è contento si rende conto del suo essere irrilevante e incapace, un inetto che ha da essere felice del suo studiare poco e del suo frequentare una scuola di merda.

Ecco. Sappiate che mentre noi laureati ci diciamo tanto spesso che laurearsi non è servito a niente perché non abbiamo trovato il lavoro che volevamo i ragazzetti delle scuole sfigate credono al fatto che se studi hai più possibilità di scegliere un lavoro migliore. Ci credono e consapevolmente (o meglio, caricati di una falsa consapevolezza altrui) si fanno da parte.

Ci sono genitori che, forse subodorando la fregatura, non fanno cambiare scuola ai loro figli. A quel punto si tira una leva diversa e quello che si fa è provocare sapientemente adolescenti che hanno poco controllo di sé (qualità già di per sé non proprio abbondante a quest’età) finché non scattano e nel momento in cui questo succede parte la sospensione. Una, due, tre, quattro e in men che non si dica sei arrivato a superare il numero massimo di giorni d’assenza e la bocciatura è assicurata: il ragazzo o la ragazza si ritrovano in una classe composta di studenti più giovani, perdono il legame (già difficile, visti i tipetti in questione) che stavano instaurando con i compagni precedenti, sono fin da subito sorvegliati speciali (poi ti ci voglio vedere a non essere paranoico), non sentono di avere particolari motivi per venire a scuola o seguire le lezioni e si ricomincia da capo, in un rimpallo di scuola in scuola, di classe in classe che ha un solo obiettivo: far arrivare l’adolescente a 16 anni che così SE NE VA.

Vi sembra che io stia esagerando? Non è così. Pensate che io abbia ragione ma che non ci sia la messa in atto volontaria di una logica così spietata? VI SBAGLIATE. Ci sono senz’altro scuole virtuose, nessuno lo nega, e professori che fanno del loro lavoro una missione da educatori (e ne ho incontrati alcuni che si sbattono come uova in condizioni allucinanti) ma io ricordo quanto mi sentissi protetta dal mio status di alunna e se guardo la scuola di adesso, dalle elementari alle superiori, vedo una gigantesca decespugliatrice che taglia rami ancora verdi ripetendo come un disco rotto “non sta alla scuola occuparsi di questo, non sta alla scuola occuparsi di questo”.

Dove l’asino cade una volta non cade una seconda

(Questa è la prima frase che ho tradotto dal greco al ginnasio. Cercandola su internet ho scoperto che se ne sono appropriati gli olandesi, pare che da loro sia un famoso detto popolare. Chissà se almeno loro l’hanno imparata, questa lezione)

Ma quante volte ci si ritrova a fare le stesse scempiaggini? Tante. E quante volte si giura e giura (e spergiura) che al prossimo giro NO, al prossimo giro ti comporterai in tutta un’altra maniera?

Tante, tante volte. Sigismondo questa la chiamava “coazione a ripetere”, che più o meno equivale a vedere sempre lo stesso film aspettandosi dio solo sa perché che il finale cambi, cosa che ovviamente non succede.

E’ che a sperare che cambiando i comportamenti si cambierà il risultato si commette un errore, perché si parte proprio dal maledetto risultato: è quello che vuoi che sia diverso ma il resto no no, il resto deve restare com’è. TU devi restare come sei. Perché è BELLO restare come sei.

Il cavolo: lo sapete che la gente schizzata è convinta che la parte schizzata, che la fa soffrire, sia la parte migliore, quella che la rende specialissima? Ecco, è una cazzata. Tendenzialmente se sei una persona specialissima lo sei MALGRADO tutta la tua follia. Sì, lo so, è un discorso che fa sentire molto meno fighi, molto meno personaggi, molto meno un sacco di cose, motivo per cui (e torniamo da capo a dodici) vogliamo DAVVERO risultati diversi ma con le stesse premesse. Tutti convinti di essere star in qualche serie tv di quelle prodotte da Netflix.

A cambiare il punto di vista succedono cose incredibili. A riconoscere (ma davvero, non per dire) il proprio sacrosanto diritto a essere felici la trama del film cambia…e pure il benedetto risultato.

Parla per te

“Un tratto caratteristico del comportamento degli individui che si aggregano in un gruppo secondo un assunto di base è l’uso del linguaggio più per veicolare sensazioni ed emozioni che per comunicare un senso e significati precisi. Al gruppo in assunto di base sono estranei i concetti di sviluppo e di « apprendere dall’esperienza »; in esso sono inesistenti riferimenti temporali in termini di prima, dopo, ecc.. I membri, in quanto compartecipi di un gruppo in assunto, subiscono una perdita della loro individualità, si trovano cioè in una condizione fenomenologicamente non distinguibile dalla depersonalizzazione.” (- Note sugli assunti di base di W.R. Bion. Rivista di Psicoanalisi, XXVII, 3-4, pp. 739- 748, bibl. di 20 titoli- Claudio Neri).

Il gruppo è un essere dannatamente pericoloso ed efficace e il primo compito di chi lavora con questo strano animale è tenere bene a mente quanto possa essere potente, generativo ma anche distruttivo, dotato com’è di tanti piedi e di una sola testa. Nel gruppo i singoli possono perdersi, la responsabilità si diffonde a tutti i membri rendendo più facile compiere azioni altrimenti impensabili e molti dei comportamenti che definiamo antisociali, tipici del branco, hanno la loro ragione di esistere come prodotto di un gruppo teso a nulla se non al mantenimento di una sorta di regressione. La lealtà a questo tipo di gruppo, che permette di idealizzarlo come il gruppo migliore del mondo, produce comportamenti aggressivi nei confronti dell’esterno “diverso” che in qualche modo potrebbe danneggiarlo, cambiarne la natura o le dinamiche (e qui ritroviamo per esempio le radici del bullismo, di qualsiasi stampo sia), o anche verso un membro interno che tende al cambiamento e alla crescita. Con i gruppi non si scherza e utilizzarli nella terapia presuppone la considerazione costante della forza delle dinamiche inconsce presenti.

Mi chiedo se, nell’epoca di Internet in cui tutti siamo spinti a considerarci come “singoli”, “individualisti” e “sempre più soli” (non sono queste le parole preferite da chi demonizza la rete?) non ci sia invece la possibilità di ignorare o comunque sottovalutare l’azione del “branco on-line”: se è stato riconosciuto che i gruppi virtuali condividono con i gruppi reali una serie di condizioni (mi piace soprattutto quella della “co-presenza enunciativa”) che li rendono, appunto, gruppi cosa impedisce che possano configurarsi come antisociali (nel peggiore dei casi, ovviamente) tanto quanto? Nulla.

Chi scrive, a dirla tutta, ha sempre guardato ai gruppi con sospetto (a eccezione dei gruppi di lavoro, perché sono una secchiona: concentrare le mie energie con altre persone per capire meglio Freud, organizzare un cineforum o un pezzo di corteo o dipingere la stanza di un amico che si è appena trasferito mi ha sempre riempito di gioia e mi ha regalato alcuni dei miei rapporti sociali migliori). Adesso che mi ritrovo a guidarne uno con uno scopo ben preciso (e a evitarne altri anche lì per ragioni ben precise) mi sorprendo davanti alla necessità di ritornare costantemente a me (molto più di quanto non si farebbe in una situazione non gruppale) singola, autonoma, con un ruolo, con un occhio attento a quello che succede e al motivo che ci potrebbe essere dietro. Farsi prendere dalle dinamiche del gruppo è straordinariamente semplice, considerato quanto sono potenti e arcaiche, ma farmi strattonare da una parte all’altra come una banderuola incosciente non porterebbe ad alcun risultato propulsivo e positivo. E io quello voglio e DEVO a chi mi segue.

Tirami una rete e non lasciarmi andare

rete

Circa due mesi fa ho inscatolato tutte le mie cose e ho lasciato il nido (e qualcuno, trovandomi d’accordo, potrebbe anche dire “era ora”) per andare a vivere in un quartiere di Roma noto principalmente per due motivi: il primo è la movida della sua isola pedonale, il secondo è la criminalità.

“E’ un quartiere difficile”, mi hanno detto gli amici milanesi. “Aspetta di essere scippata e che un tuo amico venga aggredito”, ha aggiunto un ragazzo nato e cresciuto nel quartiere in questione. “Tu non hai capito, non fa per te”, sentenziò il mio ex quando, un paio di anni fa, espressi il mio desiderio di vivere proprio lì. Che al momento è proprio QUI. Sì, perché io poi ci ho preso casa con due amiche (una delle quali è un’autoctona) vicino ad altri due amici e ho cominciato la mia nuova parentesi romana in un quartiere che nulla ha in comune con quelli in cui avevo finora vissuto nella capitale. Tanto per cominciare è un quartiere che si incazza. Che non è affatto scontato, in questa città come in altre città italiane: il Pigneto rivendica, a tratti furiosamente, la sua identità passata alla ricerca di una soggettività futura e si regge, a tratti barcollando, su pezzi di terreno stabile e su altri che sembrano pontili mobili su acque limacciose.

Si regge e si regge su un’antica tradizione, un’antica abitudine al rapporto tra esseri umani che è il suo punto di forza e contemporaneamente la sua dannazione. Il tessuto, qui, è tutto un filo colorato: non solo per il melting pot, non solo per le invasioni di spacciatori o per la spinta della gentrificazione. Qui, tra gli hipster e i radical chic, tra gli artigiani e le grosse catene di supermercati vivono e si riproducono scontri e incontri diversi, produttivi e distruttivi e fertili quanto si vuole che lo siano.

Eccomi qui, dunque, la milanese a Roma che va a vivere al Pigneto: per chi non lo sapesse qui i milanesi vengono spesso dipinti come solitari, acidi e supponenti e alcuni pregiudizi, come sempre accade, hanno ragione di esistere. E’ anche vero però che noi nordici, noi che “avete solo la nebbia”, abbiamo anche una lunga tradizione dell’incontro con il lontano, nella capacità di saperci riunire, tutti, per un obiettivo produttivo. I milanesi saranno anche spesso e volentieri un continuo“ghe pensi mi” (“ci penso io”), solo che io ho sempre pensato che nelle intenzioni originali quello fosse un “pensiamoci NOI” e quindi forse non è poi così strano che casa nostra, che nell’ordine naturale delle cose non è altro che un puntolino, mi renda costantemente fiera del nostro paziente, a tratti irruento, qualche volta contorto lavoro di tessitura. In questo salotto, come in una ricetta improvvisata, vengono gettate persone, conversazioni, punti di vista diversi e contemporaneamente, accanto a questo lavoro di farcitura, viene ampliata la conoscenza dell’esterno (e che fortuna avere vicino due persone che mi hanno portato in giro, di giorno e di notte, su strade battute e meno battute, raccontandomi la storia di quelle vie e la loro): il risultato è che la struttura all’interno diventa più complessa, si articola su strade nuove e la nuova rete, che si tende sul limitare del bosco e delle nostre persone singole include nuovi elementi, permette nuove conoscenze e modi di comprensione, protegge la spinta alla vita e il bisogno di contatto e dialogo, mette in relazione significati che soli naufragherebbero nel cinismo ma che condivisi rendono più forti i moti migliori dell’animo umano.

Io a Roma non mi sono mai sentita “a casa”. Qui, dove secondo alcuni non sarei mai dovuta venire a vivere, penso che potrei andarci vicino.