The road so far

Qualche anno fa decisi di chiudere Facebook e così scaricai tramite apposito bottone tutti i contenuti in un’unica cartella zip. Naturalmente entro poco mi sono ritrovata a iscrivermi di nuovo, ufficialmente perché restavo sempre fuori dall’organizzazione degli eventi degli amici montanari. E va bene.

Tre anni fa il mio ragazzo mi lasciò e io, che ho sempre tenuto un diario, andai a rivedermi tutta la mia storia, pagina su pagina, ritrovandoci tutto: i primi segni di quelli che poi sarebbero stati problemi, la mia consapevolezza del palco di corna che mi portavo a spasso fin dai primi mesi così come quella che quello lì non poteva essere l’uomo per me, che era una storia con la data di scadenza. Tutto era lì, così bello coerente e dava un senso a tutto quanto.

Oggi cercavo di rispondere alla domanda “che stavo facendo cinque anni fa” per un giochino su instagram e mi sono ricordata di dove avevo cacciato la cartella con il download del fu profilo facebook; sono andata a cercarla, l’ho aperta, ho cominciato a frugare e ho scoperto due cose:

1)Da luglio 2011 sembro sparita dai radar fino all’iscrizione successiva

2)I messaggi inbox con il mio ex non hanno NULLA in comune con il mio diario.

La spiegazione di questa seconda evidenza è in realtà piuttosto semplice: mentre ci scrivevamo, lui da qualche angolo d’Europa e io dalla mia stanza di studente universitaria, stavamo chiaramente partecipando al gioco della coppia stabile: melensa, a tratti drammatica, a volte un po’ porno. Era la vita di tutti i giorni (motivo per cui non ve n’è traccia nel mio diario) senza esserlo, una sorta di intermezzo tra le varie scene in cui lui e lei si scannano o trombano, solo che questa roba non dovrebbe RIMANERE. Quando rimane è spietata: non ha la dolcezza di una lettera da un vecchio fidanzato o di una dedica in un libro, in quei messaggi c’è una farsa confezionata alla bell’e meglio, un po’ come se qualcuno ti registrasse tutte le volte in cui stai dicendo una sonora bugia e poi te la facesse risentire.

Sul mio hard disk ci sono tante cose che non vorrei perdere, che ho impiegato anni a raccogliere, e quando sento il mio vecchio laCie che fa dei rumori come da mola di mulino sudo freddo e penso che devo fare il back up. Adesso però la mia preoccupazione di conservare tutti gli archivi ha lasciato il posto alla NECESSITA’ di permettere la perdita di documenti passati. Io non sono Dorian Gray, io non j’aa posso fa’.

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Brrrr.

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Homebound train

L’autunno scorso pensavo che prendere tutti questi treni mi sarebbe piaciuto molto: mi sarebbero piaciuti i paesaggi che corrono all’indietro, le voci dei passeggeri, il muoversi velocemente senza doversi occupare della meccanica della cosa, l’idea di essere la ragazza vicina al finestrino. 

La cosa divertente è che avevo anche ragione, mi piace, quello che però non avevo considerato era che mi sarei sentita in treno sempre, soprattutto al di fuori di una stazione o di una carrozza. C’è la ragazza con l’orecchino di perla e c’è la ragazza con la valigia, che con la valigia ci vive, ci dorme, ci si  lava i denti, ci passa i due giorni con il fidanzato. La valigia è uno stato di cose E uno stato mentale: ti porti dietro il necessario a essere a casa ovunque, nella pretesa di essere tu, nel tuo metro e cinquantotto non quadrato, la tua casa. È per questo che quando sono in treno per metà sono contenta e per metà mi sento come se non sapessi dov’è che sto andando.

Vedete, la chiocciola una casa vera ce l’ha, non se la deve vedere con la forza dell’Io, la continuità della propria storia e identità passata e presente, l’attaccamento all’oggetto e tutte quelle menate lì, mentre per un essere umano che ancora non ha una casa di mattoni campare solo con quella immaginata (e investita libidicamente) tra un divano-letto e l’altro ecco, non è il massimo. Si aspetta che passi il prossimo treno.

Ovvietà un tanto al chilo

“Sai, anche io volevo farlo”

“Lo siamo un po’ tutti”

“Ho sbagliato mestiere, avrei dovuto proprio fare il tuo”

“Nel mio corso sommiamo lo sciamanesimo alla fisica quantistica e curiamo a partire dai movimenti”

NO. Mi sentite? NO.

Se è un dato di fatto tra le persone mediamente normali che i vaccini NON provocano l’autismo e NON ti fanno diventare un rettiliano ma non farli SI’ che ti rende veicolo di malattie che fino all’altroieri erano praticamente debellate e mette a rischio di morte i bambini manco fossimo in qualche romanzo del ‘700 allora dev’essere un dato di fatto anche che lo psicologo (lA, in questo caso) non è uguale al macellaio. Non è uguale al farmacista, non c’entra niente con gli indiani d’America o con gli indiani con il pallino, non ti sa dire se menti se ti gratti l’orecchio, non legge nel pensiero e NO TU CHE NON SAI UN CAZZO NON LO PUOI FARE.

Se mi trovate nervosetta lo potete dire, è che sono un po’ stanca.

La laureata in psicologia che ha fatto l’esame di abilitazione è sulla carta una psicologa: non ha molta esperienza, se si limita a questo, ma sicuro ne ha più di te che fai il parrucchiere e non ti sei fatto un anno di tirocinio, mentre lei SI’. La laureata in psicologia che si è iscritta a una scuola di specializzazione in psicoterapia non è garantito che sia sana di mente ma potrebbe avere più chance di esserlo di te che sei laureato in lettere ed elargisci consigli pedagogici letti in qualche manuale d’auto-aiuto. La specializzata in psicoterapia che si è fatta la SUA psicoterapia magari tende comunque al disturbo paranoide di personalità e dà segni di squilibrio con i coinquilini ma se non altro un giorno (almeno) a settimana è andata a dire a un altro terapeuta “ciao, io sono matta” e non ha l’illusione di avere il sapere della vita in tasca mentre tu che sei uno psichiatra in specializzazione la terapia non te la vai a fare però prescrivi farmaci come fossero caramelle E sbagli diagnosi.

Adesso per assistere i ragazzini sbarcati dalle carrette del mare o appena usciti dal carcere si cercano EDUCATORI. Con la laurea in scienze dell’educazione. Io vorrei capire che razza di potere ha una corporazione simile perché le venga permesso di passare da scuole e doposcuola (che è dove dovrebbero stare) al business degli immigrati. Perché chiaro come l’oro è così, altrimenti come fate a dirmi che una che ha esperienza con gli adolescenti di borgata, 7 anni di analisi (ANALISI, 3 fottute volte a settimana con il lettino e Freud – metaforicamente, sì – seduto dietro, non la terapia delle pietre calde) alle spalle e una frotta di supervisori da chiamare alla bisogna è meno qualificata di gente che al massimo ha letto Recalcati? EH?!?

I vaccini non portano all’autismo. E O sei un professionista della salute mentale O non lo sei, la cazzo di via di mezzo NON esiste.

I tempi cambiano, con i tempi che corrono

Qualche anno fa, in università, mi successe una cosa bella, una cosa commovente.

Mi ero preparata per un esame di sociologia sanitaria, che altro non è che la storia della sanità in Italia, e stavo andando a darlo con un professore che non avevo mai visto. Era uno di quegli esami che, se non ricordo male, prevedeva due modalità diverse per i frequentanti e per chi (come me) se ne era rimasto a casa ma non ero preoccupata perché studiare la riforma mi era piaciuto molto, era stato in effetti un modo di rientrare in contatto con mio padre, per sentirmi (come se ce ne fosse bisogno) ancora di più figlia sua, erede di quel medico che sempre si era battuto per i diritti del prossimo, dentro e fuori dalle corsie.

Sono arrivata all’esame e mi sono seduta davanti a questo professore, questo bell’uomo con barba e capelli lunghi e bianchissimi e due occhi azzurri azzurri. Ho spinto in avanti la mia carta d’identità per il verbale e lui l’ha guardata e mi ha chiesto: “Parente?” E io: “Di chi?” e lui: “Di Xxxxxx Xxxxx” e io, sorpresa: “Beh, sì, era mio padre”. Gli si sono riempiti gli occhi di lacrime, non scherzo, e mi ha detto con tono commosso che aveva lavorato con mio padre, che insieme avevano partecipato a mettere su la CGIL medici in Lombardia. Poi è uscito e io ho fatto l’esame con l’assistente e quando è tornato mi ha confermato il voto e mi ha augurato il meglio.

Bene.

In questi giorni pre-referendum ogni tanto sbircio la sua bacheca facebook e ci trovo post che mi lasciano perplessa: a parte il like alla pagina della Lorenzin (nota donna di poco spessore che a parte 1)essere una pdlellina e 2)aver aggredito in passato il sindacato soprattutto non ne azzecca UNA in termini di politica sanitaria) quello che mi stupisce di più è l’assoluta aderenza (con toni entusiastici) al programma di Renzi, arrivando a definirlo un Pericle che libererà gli schiavi ancora in catene. E penso a mio padre, a quello che direbbe, certa come sono che lui MAI si sarebbe “placato”, MAI si sarebbe lasciato rendere politicamente analfabeta, NEMMENO con “i tempi che corrono”, che hanno spezzato le gambe di tanti che negli anni “-anta” hanno pensato di cambiare il mondo. Ripenso a quell’esame, che mi ha dato ulteriori mezzi per difendere le mie idee, rinforzando, sulla base della mia convinzione di saper leggere tra le righe della politica e di saperne comprendere tempi e toni, la mia fiducia nel futuro, il mio rifiuto del pressapochismo e del “è tutto un magna-magna”. Quell’esame ha aggiunto un ulteriore tassello a quel “non mi avrete mai come volete voi” che i 99posse cantavano e che io difendo strenuamente.  Quell’esame è uno dei motivi per cui quando leggo la bacheca del mio prof scuoto la testa, come farebbe mio padre.

Let’s talk about… YEUUUURGH

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Qualche tempo fa mi fu consigliato di imparare a fare la gatta morta: tirar fuori gli occhi da cerbiatta (per niente facile quando hai occhi simil cino/talpa come i miei), miagolare, piazzarsi in modo da guardare il tuo prossimo di sotto in su (MOLTO più facile quando sei diversamente alta) e altre simili perle. La mia risposta, allora ma sarebbe la stessa oggi, è stata “non ce la posso fare”.

Proprio letteralmente. Voglio dire, guardate il titolo: lì avrei dovuto scrivere quella classica parolina di 4 lettere che comincia con la “elle” e finisce con la “e” e niente, non ce l’ho fatta. Quindi se dico che non ce la posso fare a fare la gatta morta credetemi, NON POSSO e qualsiasi tentativo mi farebbe sembrare nella migliore delle ipotesi Izma quando diventa gatto, però la versione dopo l’ictus.

Ma tornando al punto, perché avrei dovuto fare la gatta morta? Perché, e qui comincia la solita solfa, gli uomini sono immaturi, fifoni, attratti da chi li fa sentire maschi alfa nonostante il loro sentirsi cronicamente omega, hanno bisogno che tu non sappia proprio tutto, devono offrirti la cena e il pranzo e la vacanza e se tu non fai la gatta morta NON LO FARANNO MAI ma vorranno fare a metà. E questo non si fa.

Ho considerato tutta questa serie di buoni consigli e ne ho tratto, qualche mese fa, una serie di conclusioni: se l’unico modo per essere meno single (dico “meno” perché la questione della coppia insiste a non convincermi del tutto) è essere meno me allora benvenuto, futuro da gattara! Anche perché la svolta lesbica non è un’opzione praticabile.

Ve lo dico che mi accompagno da sei mesi a un ventottenne che mi apre le porte, si vuole impegnare (poi io rizzo il pelo, però insomma, ci sto provando) e che quando faccio la maestrina (sfioro livelli sconosciuti al genere umano in questo) mi guarda con i cuoricini negli occhi? Ve lo dico?

 

 

Il primo nano non si scorda mai

Ho appena finito di rivedere “il diario di una tata”, il film con Scarlett Johansson in cui lei è la tata di questo bambino dell’Upper East Side e dei genitori di lui, due stronzi pieni di soldi che secondo me non si salvano nemmeno nel finale e ho pensato al mio Nano, il bambino al quale ho fatto da babysitter per due anni e qualche mese.

Nano l’ho conosciuto che era all’ultimo anno della materna, era (ed è) un bambino bello e piacevole, uno di quei bambini che non ti viene mai voglia di appiccicare al muro perché hanno sempre qualcosa da chiacchierare, non si buttano sotto le macchine, non ti picchiano e non ti mandano a cagare. Io ero la nuova babysitter e nei miei incubi pochi giorni prima di incontrarlo c’era questa figura della “babysitter prima di me” che sicuramente era stata più simpatica al bambino di quanto non sarei riuscita a fare io e della “babysitter migliore del mondo”, che IO ho avuto e che adesso è una mia amica e che è la creatività fatta essere umano (cosa che io non sono), all’altezza della quale non sarei MAI stata. Non potete immaginare con quanta paura sono andata la prima volta a prendere il Nano, paura perché non so disegnare, non sono una sportiva, non faccio le formine con la pasta di sale o diavolerie simili.

Dopo due anni e mezzo, quando ho detto al Nano che sarei andata via e che dall’anno dopo ci sarebbe stato qualcun altro a prenderlo a scuola e a portarlo a casa, il Nano mi ha detto che tipo di babysitter (premesso che ci ha provato a chiamarmi “Tata” per un po’ poi siccome non rispondevo ha dovuto ripiegare sul mio nome) sono stata : mi ha chiesto di scegliere la prossima babysitter perché “tu te ne intendi”, mi ha detto che sono stata meglio di quella prima perché quella prima era “troppo calma, non come te” e mi ha chiesto se saremmo rimasti “sempre amici” e se ci saremmo visti “qualche giorno”.

“Qualche giorno” è dopodomani e io ho una gran paura di nuovo. Ho paura di presentarmi con i condotti lacrimali (anche le Rottermeier come me li hanno) carichi come i toboga nei parchi acquatici e ricevere tutt’al più uno sguardo di cortesia. Quello che dice Scarlett è una cagata: non è necessario DIRE al bambino che babysitti che gli vuoi bene, per restare fregate.

Un giorno dopo l’altro

…il tempo se ne va/le strade sempre uguali/le stesse case…

e basta. Tenco è tristissimo e io non sono poi COSÌ triste ma è da stamattina che ho in testa questa canzone con tanto di Gino Cervi che passeggia sulla Senna quindi se l’inconscio non è un’invenzione di un austriaco annoiato un significato dovrà pur averlo.

Un anno fa arrivavo al pigneto. Che bella cosa, è stata. Ci ho trovato un’Amica nuova (che bello ritrovarci oggi pomeriggio al bar sotto casa respirando quest’aria di famiglia), un’idea di Roma diversa, una dimensione di Viola diversa. La mia stanza, montata da persone mie e care, è stata FIN DA SUBITO bellissima e non può essere stato un caso, fin dall’inizio questa casetta è stata imbevuta d’affetto. Di qui sono passati musicisti, fotografi, tedeschi, sorelle, mamme, ex, educatrici, filosofe del linguaggio, pazzi scriteriati, padri giovani, attori etiopi, avvocate, migliori amiche, gente meno strana e gente ancora più strana, amori e vicini. E gatti in visita. C’è stato il rito della tisana e quello della sparizione della teiera, il lancio del pallone con la scopa e i bigliettini sullo specchio del bagno, la vincita della bicicletta e la rottura di sei bicchieri. La casa sulla prenestina è stata la casa più bella in cui abbia vissuto finora e adesso, un po’ oggi e un po’ la prossima settimana, la abbandono. Ma tornerò a trovarla, presto. Più presto che posso. A tutti quelli che l’hanno vista volevo solo dire che ve la saluto e che lei, vista la sua naturale cortesia, ricambia.

Erase and rewind

E se dicessi che tornare a Milano è un tentativo sovrumano di tornare indietro nel tempo e di rimettere la mia vita sui binari dai quali deragliò 17 anni fa sarebbe più facile capire perché più si avvicina la partenza più mi sembra di abbandonare qui mio padre?

Suo fu il motivo per cui ci trasferimmo, sua la morte in questa città, suoi i successi professionali nella capitale. Cancellando tutto io non cancello le mie persone romane ma cancello una scelta, bollandola definitivamente come “sbagliata”. Se sentite odore di senso di colpa nessun errore, è proprio quello.

Quest’anno al Pigneto è stato un anno in cui io e Roma abbiamo però fatto pace: questo quartiere vero, questa casetta mia, queste persone nuove e meno nuove e riscoperte sono un arto che mi taglio volontariamente ma che continuerà a prudermi. Tutto quello che è successo in questa casa mi ha fatto vedere me stessa e il mondo in una luce nuova. Come potrei non esserne riconoscente? Come sarebbe potuto accadere altrove nello stesso modo e con la stessa compagnia?

E quindi grazie papà, grazie casetta, grazie amichetti, grazie coinquiline, grazie Nano, grazie a tutti quelli che sono arrivati, restati, partiti. Grazie al tramonto sull’isola pedonale, al mercato del mattino, alle viuzze che non sembrano una metropoli, alle passeggiate in compagnia e a quelle solitarie, alle chiacchiere notturne e alle cene improvvisate. Non so ancora quale sarà il prossimo posto che potrò chiamare “casa” ma comunque vi porto tutti con me. E torno presto.

L’importanza di muoversi in anticipo…

…è del tutto sopravvalutata, visto che poi va a finire che sei in ritardo COMUNQUE. Per fare un esempio, prendiamo una brava ragazza milanese emigrata a Roma che comincia a cercare casa a Milano fin da giugno per settembre: all’inizio ti dicono che è troppo presto, che ancora non c’è nulla, poi ti scontri con i prezzi (i prezzi! I prezzi! Ma state male di brutto! 400 euro per un posto in doppia?!?) delle stanze, poi trovi due coinquiline per cercare casa, poi cerchi casa mentre le due coinquiline sono in vacanza, poi trovi una casa che piace a una delle due coinquiline (alla quale non piace quella che piaceva a te che era in un edificio industriale e io capisco che non puoi tirar fuori la campagna da una ragazza e quindi  OK vada per l’altra anche se mi hai raccontato una cazzata a proposito del proprietario che non voleva abbassare l’affitto), poi le due future coinquiline ti comunicano alle 10.30 di sera che hanno capito di non avere questa necessità impellente di trovare casa, roba che metterei loro sul conto il costo dei millemila compeed antivesciche che ho usato in quella tre giorni delirante, che la sera mi facevano COSI’ male i piedi che non sono uscita e ho ordinato un panino gigante che sicuro ha minato la mia autostima depositandomi chili di maionese sui fianchi, nei fianchi, per i fianchi.

E ci ho pure l’analista in vacanza.

 

In conclusione

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Ok, dite quello che volete ma a me i lavandini della cucina in ceramica fanno un po’ impressione. Mi danno quest’aria di precarietà che in una vita già precaria mi disturba. A parte questo la zona di Lambrate ci piace tanto, così come tanto ci piace l’idea di vedere i treni dalla finestra. Sfortunatamente però la carta da parati (che va tolta), le prese elettriche con due buchi (“è già a norma, ma comunque l’elettricista vedrà tutto lui”) e le stanze un po’ troppo piccole per contenere la mia scrivania (bambina ti amo ma sei un cazzo di problema) mi fanno sentire una nonnina piena di naftalina in un armadino piccolino. Niente, energia sbagliata… o forse la verità è che ho già scelto e sto sperando che anche quella che ho scelto abbia scelto me.

giorno 3, app. 2

Quella che ho visto è una casa da vita parallela. In questa vita parallela io non ho mai lasciato Milano, la mia vita è più facile perché mio padre non è mai morto in un incidente d’auto, io ho preso subito psicologia e grazie ai contatti sul territorio milanese posso ampiamente permettermi questo gioiellino a ringhiera, con le travi a vista, le zanzariere alla finestra, la sua stanza mansardata al piano di sopra e la sua aria da radical chic di sinistra che vive nel quartiere multietnico. Probabilmente avrei preso una casa simile nel periodo in cui gli affitti non mettevano in luce la mancanza di senso della misura e della realtà dei milanesi che possiedono una casa. 780 euro (più 170 di spese) in un quartiere dove ci sono ancora le sparatorie per strada sono sintomo di delirio d’onnipotenza e tutto quello che posso fare è odiare i maledetti bocconiani, con la loro facilità nel mollar giù 700 euro per una singola. Odiare loro e odiare i padroncini, che mi fanno più impressione di quelli che i soldi li hanno VERAMENTE.

giorno 3, app. 3
Ultima casa. Mi viene un po’ l’ansia: da un lato la tentazione di continuare a cercare, dall’altra quella di finirla qui e lasciare le cose nelle mani del destino e delle mie coinquiline. La casa è una vera casa, dà su una bella piazza (cercasi lepre pazza) e il canone è onesto. Più o meno. Diciamo che lo è per essere Milano (state pensando di trasferirvi qui? Non fatelo a meno che non abbiate serie premesse di un lavoro retribuito o risorse altre ben pasciute). A differenza dell’altra casa (che pure mi piace) questa ha un’aria da casa vera e forse per questo mi piace meno, per il resto nulla da eccepire. La piazza è bella. La zona pure. Servita è servita. Peró… mah. È una casa da famiglia, da famiglia tranquilla, e le mancano quella quantità di spazi sociali e di aria bohémienne che tanto mi piace dell’altra.

Chiudo questa tre giorni intensiva con una riflessione: qualche anno fa guardavo gli affitti di Milano e di Roma e mi sembravano una presa in giro, perché la prima pur essendo meglio collegata costava meno. Ora, non so se per via dell’Expo o se perché la vita a Milano causa Pisapia è notevolmente migliorata, la situazione è invertita e mi sono ritrovata a sbattere il naso contro la speculazione e senza nemmeno avere Pisapia. Per parte mia non mi resta che augurarmi che quanto si dice del lavoro al nord sia vero: che è più facile trovarlo e che le retribuzioni sono più giuste. Il resto ce lo dirà il tempo.