DSA e BES: dalla parte dei bambini

“Io sono un BES”
“e cosa vuol dire?”
“non lo so”

Il numero di bambini che arriva ai servizi di neuropsichiatria infantile per una valutazione delle capacità cognitive e degli apprendimenti è diventato talmente alto da costringere varie regioni italiane a convenzionare centri privati per smaltire la mole mostruosa delle liste d’attesa: file di genitori aspettano il loro turno per essere chiamati e portare i figli a fare test che decreteranno se i pargoli sono dislessici, disgrafici, disortografici o se hanno “problemi emotivi” che fanno sí che vadano male a scuola. Nei primi tre casi le diagnosi “discolpano” genitori e bambini, i primi dall’accusa di essere cattivi genitori e i secondi da quella di essere svogliati, nell’ultimo parte una raccomandazione di trattamento psicologico di vario tipo (a seconda dell’orientamento che va per la maggiore nel servizio in questione) e il senso di colpa, tu genitore, te lo gestisci un po’ come ti viene.
Uno potrebbe dire che cosí chi ha bisogno dello psicologo viene prontamente preso in cura. Uno potrebbe dire che cosí un bambino (o un adolescente) non penserà di essere stupido o pigro, ma “solo” di aver un disturbo.
Il dramma è che tutto ció è vero e contemporaneamente non lo è.
Immaginiamo un bambino x a cui viene detto che ha diritto a strumenti compensativi o che si vede ridotto il numero delle ore di scuola. La scusa ufficiale è che non ce la fa a reggere la mole o il tipo di compiti che i suoi coetanei sostengono e che cosí, con il suo programmino specifico, riuscirà a portare a termine la scuola con voti buoni che sosterranno la sua autostima. Credere a una cosa del genere vuol dire credere che i bambini siano cretini. No, scusate, non cretini: che siano proprio un branco di idioti. Non solo il bambino diventa consapevole del suo non riuscire a essere come gli altri “per costituzione” ma assume questo presunto disturbo come parte di lui: il BES (Bisogni Educativi Speciali) non è piú un provvedimento burocratico preso per “venirgli incontro” ma diventa una parte di lui, un assunto identitario. Come mi ha detto un bambino: “Io SONO un BES”.
Quando si era piccoli negli anni ’80-’90 (e anche prima) non esistevano DSA o BES e le cose andavano cosí: se ti andava bene incontravi la maestra intelligente che sapeva vedere i tuoi buoni risultati nonostante la calligrafia illeggibile, le operazioni pasticciate e la timidezza a volte ammutolente durante le interrogazioni, se ti andava male trovavi quella sveglia come una pigna che urlava e ti metteva due e magari ti faceva odiare la scuola al punto che arrivato a 16 anni te ne andavi dopo averle bruciato la macchina. In entrambi i casi comunque quello che ti veniva detto era che dovevi impegnarti per migliorare. Che FACEVI qualcosa di sbagliato. FACEVI, non ERI. Poi magari finiva che la zappa in matematica diventava uno scrittore e quello lentissimo a scrivere un chimico, o magari no. Se avessimo avuto prima queste diagnosi avremmo sorretto l’autostima di tanti bambini? Avremmo impedito la dispersione scolastica? NO. E NO. E NO.
Ultimamente sta uscendo questo “scoop”: tanti professionisti della salute mentale (soprattutto americani) stanno dicendo che la diagnosi di ADHD (disturbo dell’attenzione e iperattività) NON HA RAGIONE DI ESISTERE. Che è un SINTOMO. La psicoanalisi questo lo dice da ANNI, da quando queste maledette diagnosi hanno visto la luce ma gli americani, che se le sono inventate, le hanno esportate. NOI ce le siamo bevute e abbiamo cominciato, come gli americani, a dare farmaci ai bambini per l’ADHD, farmaci di cui vedremo gli effetti negli anni.
Vedremo gli effetti anche dei DSA. Questa diagnosi, che viene incontro ai bisogni di tanti (delle scuole che hanno pochi fondi, degli insegnanti che hanno troppi alunni in classe, dei centri privati che si trovano con chili di nuove cartelle e dei vari corsi e corsetti per imparare a fare queste valutazioni) verrà sbugiardata. Tanto per dire vorrei proprio sapere quanti DSA hanno paesi come la Svezia che pensano tanto a nuovi modi di fare istruzione e si concentrano sul benessere dei bambini e di chi gli fa lezione. Forse loro non si pongono nemmeno il problema. Forse loro della calligrafia dei bambini che scrivono male se ne fregano oppure trovano modi, IN CLASSE e non in uno studio medico, per porvi rimedio.
MA POI: PERCHÉ?
Il paradosso è questo: siamo un paese di analfabeti funzionali, di capre ignoranti, di gente che non sa scrivere manco la lista della spesa e di persone che scrivono libri con personaggi di nome Step e Baby e – Dio ciccio – diventano RICCHI in questo modo, eppure pretendiamo che i bambini corrispondano a uno standard che nella popolazione normale non esiste. Pretendiamo che siano non solo senza difetti ma anche senza guizzi personali: se non fossi stata discalculica (cosa che immagino, avendo ben in mente la mia reazione di fronte alle operazioni piú banali) forse non avrei passato il mio tempo fin da piccola a scrivere come una matta. Se il mio amico dottorando in matematica non avesse odiato leggere forse non avrebbe mai inventato modi matematici (sa dio quali) per “ripulire” le immagini delle stelle. Come mai abbiamo deciso di pretendere dai bambini uno standard che vorrebbe gli italiani tutti Leonardo Da Vinci? Chi ci ha cacciato in testa che invece di formare meglio gli insegnanti e di sovvenzionare le scuole pubbliche (invece di foraggiare quelle private) sarebbe stato meglio dare la colpa ai bambini che non sono come dovrebbero essere?
Tra vent’anni qualcuno dirà “questa diagnosi di DSA non solo è una boiata ma fa danni” ma nel frattempo noi ci saremo persi un sacco di bambini e di giovani che dicendo “Io SONO un DSA” si saranno preclusi la gioia di desiderare futuri luminosi e la piccola possibilità di essere CAPACI, di avere un valore a prescindere dalla calligrafia a zampe di gallina.

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