Tirami una rete e non lasciarmi andare

rete

Circa due mesi fa ho inscatolato tutte le mie cose e ho lasciato il nido (e qualcuno, trovandomi d’accordo, potrebbe anche dire “era ora”) per andare a vivere in un quartiere di Roma noto principalmente per due motivi: il primo è la movida della sua isola pedonale, il secondo è la criminalità.

“E’ un quartiere difficile”, mi hanno detto gli amici milanesi. “Aspetta di essere scippata e che un tuo amico venga aggredito”, ha aggiunto un ragazzo nato e cresciuto nel quartiere in questione. “Tu non hai capito, non fa per te”, sentenziò il mio ex quando, un paio di anni fa, espressi il mio desiderio di vivere proprio lì. Che al momento è proprio QUI. Sì, perché io poi ci ho preso casa con due amiche (una delle quali è un’autoctona) vicino ad altri due amici e ho cominciato la mia nuova parentesi romana in un quartiere che nulla ha in comune con quelli in cui avevo finora vissuto nella capitale. Tanto per cominciare è un quartiere che si incazza. Che non è affatto scontato, in questa città come in altre città italiane: il Pigneto rivendica, a tratti furiosamente, la sua identità passata alla ricerca di una soggettività futura e si regge, a tratti barcollando, su pezzi di terreno stabile e su altri che sembrano pontili mobili su acque limacciose.

Si regge e si regge su un’antica tradizione, un’antica abitudine al rapporto tra esseri umani che è il suo punto di forza e contemporaneamente la sua dannazione. Il tessuto, qui, è tutto un filo colorato: non solo per il melting pot, non solo per le invasioni di spacciatori o per la spinta della gentrificazione. Qui, tra gli hipster e i radical chic, tra gli artigiani e le grosse catene di supermercati vivono e si riproducono scontri e incontri diversi, produttivi e distruttivi e fertili quanto si vuole che lo siano.

Eccomi qui, dunque, la milanese a Roma che va a vivere al Pigneto: per chi non lo sapesse qui i milanesi vengono spesso dipinti come solitari, acidi e supponenti e alcuni pregiudizi, come sempre accade, hanno ragione di esistere. E’ anche vero però che noi nordici, noi che “avete solo la nebbia”, abbiamo anche una lunga tradizione dell’incontro con il lontano, nella capacità di saperci riunire, tutti, per un obiettivo produttivo. I milanesi saranno anche spesso e volentieri un continuo“ghe pensi mi” (“ci penso io”), solo che io ho sempre pensato che nelle intenzioni originali quello fosse un “pensiamoci NOI” e quindi forse non è poi così strano che casa nostra, che nell’ordine naturale delle cose non è altro che un puntolino, mi renda costantemente fiera del nostro paziente, a tratti irruento, qualche volta contorto lavoro di tessitura. In questo salotto, come in una ricetta improvvisata, vengono gettate persone, conversazioni, punti di vista diversi e contemporaneamente, accanto a questo lavoro di farcitura, viene ampliata la conoscenza dell’esterno (e che fortuna avere vicino due persone che mi hanno portato in giro, di giorno e di notte, su strade battute e meno battute, raccontandomi la storia di quelle vie e la loro): il risultato è che la struttura all’interno diventa più complessa, si articola su strade nuove e la nuova rete, che si tende sul limitare del bosco e delle nostre persone singole include nuovi elementi, permette nuove conoscenze e modi di comprensione, protegge la spinta alla vita e il bisogno di contatto e dialogo, mette in relazione significati che soli naufragherebbero nel cinismo ma che condivisi rendono più forti i moti migliori dell’animo umano.

Io a Roma non mi sono mai sentita “a casa”. Qui, dove secondo alcuni non sarei mai dovuta venire a vivere, penso che potrei andarci vicino.

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