Qualcuno dia a Pollicino un pacchetto di crackers

Perché io mi sono un po’ persa.

Scrivo due articoli al giorno, cinque giorni a settimana. Scrivo di come vi dovreste vestire a capodanno, di come scrivere un libro, di serie da vedere (dio grazie almeno un argomento davanti al quale non mi sento una ciarlatana sempre vissuta nella foresta amazzonica), vi dico come buttare giù un tema sul terrorismo e uno sull’immigrazione. Sembro un oracolo in 300 parole, facile da sbugiardare e ancora più facile da confermare visto che tutto quello che dico lo potete trovare ovunque, ripetuto milioni di volte, volendo anche scritto sulla porta di un cesso pubblico. Se esistessero ancora, i bagni pubblici, quella sì che sarebbe diffusione su larga scala.

E poi non ho più niente da scrivere. Mi passano per la mente pensieri velocissimi, ognuno colorato a modo suo su una qualunque di queste informazioni che sempre entrano negli imbuti giganti che mi ritrovo per orecchie. No, non imbuti, idrovore. Idrovore a forma di Dumbo. Aggeggi che ti impediscono di ascoltare il silenzio nella tua stessa testa (altro che il nano della Nostlinger) e che però non permettono di mettere il tutto in ordine. Ci vorrebbe la scrittura per farlo, per una come me la grafomania ha sempre costituito il modo più veloce, più bello, più gratificante di pensare DRITTO. Adesso sembra una bestia alienante, un animale da compagnia che non tiene molta compagnia, che sale sul tavolo quando non deve e non mi caga quando ho bisogno di coccole. Forse gli ho dato da mangiare troppi luoghi comuni, troppe frasi da bacio perugina, troppe pacche sulle spalle (“ce la puoi fare anche tu, figliolo” è una roba che non direi mai ma non sono sicura che non potrei mai scriverla), forse è diventato uno di quei vecchi diabetici stronzi che se non avessero passato una vita di merda sarebbero persone assolutamente gradevoli.

Per esempio, quando ho cominciato questo post stavo pensando a tutta un’altra cosa.