Casamonica: raramente l’universo è così pigro.

“Cosa diciamo delle coincidenze?”
“Raramente l’universo è così pigro”

(Sherlock, Episodio 3×03)

La carrozza, i cavalli neri (manco fosse Dracula), lo striscione “Re di Roma” (Totti si sarà sentito spodestato?), la colonna sonora del Padrino (due sberle pure a Coppola io gliele darei, ma so di essere in minoranza), l’elicottero che getta petali di fiori e, non ultimo, Welby. Welby, tirato fuori dal cilindro da Saviano per sottolineare l’incoerenza del parrocco che se al povero malato terminale ha negato le esequie a quest’altro ha offerto la chiesa completa di facciata (“non ho guardato la facciata della chiesa” è una scusa buona quanto l’ormai famosa “non sapevo di avere una casa al Colosseo”). Welby che, con tutto il rispetto per Welby, non c’entra niente.

La Curia Romana è impestata fino al midollo, e questo lo sa bene Papa Francesco che, un “sant’uomo” alla volta, l’ha spedita fuori dal Vaticano. Che non vuol dire che questi siano morti o emigrati altrove, comunque. la Curia Romana è impestata fino al midollo ma qui non si parla nemmeno del parroco (al quale comunque auguro una visitina da parte del suo Dio quanto prima).

Quello che si continua a dire è “tutti sapevano”. Io lo so, voi lo sapete, “tutti sapevano”. Sono gli stessi Casamonica a ripetere che tutti sapevano, sono le nipoti del morto (belline eh, fanno schifo anche fisicamente, aveva ragione Roald Dahl a dire che se uno è sporco diventa brutto di una bruttezza che nessun brutto per bene potrà mai eguagliare) a dire “la Mafia è nella politica“. Eppure a nessuno suona strano. A nessuna brava personcina che si indigna, che dice che “il PD è uguale al PDL, ha solo una elle in meno” o che ripete che “è tutto un magna-magna” suona STRANO ritrovare le proprie parole in bocca ai mafiosi. Anche la dimostrazione degli “abitanti perbene” del quartiere è molto sospetta, considerati i messaggi veicolati.

Quindi: io penso al mio orticello e tu dovresti pensare al tuo, perché lo Stato ci abbandona. Come a dire che Roma è stata improvvisamente sbattuta in quella parte d’Italia depauperata prima e scaricata poi che si chiama misteriosamente “mezzogiorno”. E anche qui si fa confusione: lo Stato chi sarebbe? Il Parlamento? Il sindaco che  – orrore! – è andato in vacanza? Due minacce mafiose, il partito che cerca di farlo fuori un giorno sì e l’altro pure, una serie INCOMPRENSIBILE di problemi GUARDA CASO proprio coincisi con quello che sembra essere lo scoperchiamento del pentolone e quell’infame ha osato andare in vacanza! DIECI GIORNI!

Io cerco di ridere perché altrimenti, signori miei, ci sarebbe solo da piangere. Diceva una tabellina che girava su facebook tempo fa che il 47% degli italiani è analfabeta in senso funzionale: tradotto sarebbe a dire che una persona sa leggere e scrivere ma non capisce un’acca. A questo aggiungete pure che non sono molte le persone abituate a cercare collegamenti tra quello che leggono e quello che sentono e sperimentano all’aperto, nelle relazioni umane e sul territorio della loro città. Ed è per questo, io immagino, che quando dico che secondo me il funerale da castello ululì e lupo ululà è una dichiarazione (di presenza, se non di guerra), è una minaccia, mi viene risposto che “noooo, è che LORO fanno così, LORO sono così ammanicati che figurati se hanno bisogno di minacciare qualcuno”.

E’ un momento teso, in città. Un momento teso che però, se le persone smettessero di ripetere mantra confezionati per loro dagli stessi che giurano di odiare, potrebbe forse chissà diventare un momento fertile.

P.S
Comunque la rappresaglia del “adesso ti controllo tutti gli affitti” io l’ho gradita assai. Come direbbe qualcuno, in guerra “non mostrarti mite”.

Datemi un demone

L’intelligenza, lasciata a dormire, provoca una noia che cercherò di spiegare.

E’ una noia che ti porta a guardare puntate su puntate di Sherlock.

Una noia che non viene sedata nemmeno dai millemila film thriller girati bene e recitati meglio sugli intrighi della politica americana, o dall’intervista lunghissima all’Uomo di ghiaccio. Una noia che  avrebbe bisogno di qualcosa che non ha niente di simpatico e TUTTO di inumano, tutto di inutile, tutto di non utile al prossimo soprattutto.

Una noia che potrebbe essere placata solo dalla dialettica con qualcuno di altrettanto annoiato, altrettanto intelligente e altrettanto interessato al gioco PER il gioco, e non alla persona che ci sta dietro. Il gioco non è quello della seduzione, se non per interposto gioco appunto, è quello della freddezza e della sincerità: sii sincero finché non ti cadono i denti, sii sincero tuo malgrado, sii sincero come se fossi una strega disney, come se non ci fosse un uditore: sii sincero e mira alla testa.

Quando finiscono queste benedette vacanze???

Q

La Emi vestita di fiori

primavera

Ricordo che nell’autobiografia di suo marito la Emi era quella ragazza con il vestito a fiori, a festa e anche se non sono in grado di ripercorrere a memoria il testo ricordo bene l’impressione di vitalità che mi aveva dato, come se fosse lei la primavera, la primavera dell’Italia liberata e quella dei sentimenti: verace, reale, sanguigna. La Emi era così: era una signora con i capelli corti sempre arrampicati impeccabilmente in cima alla testa e il sorriso gentile, in grado di farti ridere con due battute efficaci e prive di quella punta di sarcasmo che tanto si usa in questo nostro tempo. Era una donna elegante, di quell’eleganza che nulla ha a che vedere con l’ostentazione e inutili orpelli, di quell’eleganza che ti viene data dall’onestà intellettuale e dal rispetto per il prossimo, una signora rimasta ragazza nell’animo, pervasa da una vena d’oro zecchino: energica, piena di quella vita che si vorrebbe esclusa dalla mente e dal corpo di chi ha superato una certa età. Una donna generosa, io e mia madre lo sappiamo bene.

In questo pomeriggio di pioggia, che rinfresca l’aria finora immobile, penso che quando si incontrano spiriti come il suo farsi toccare in qualche modo, farsi imprimere un millesimo di quella polvere dorata nella pelle è obbligatorio, per portarli con sé e trasmetterli alle generazioni future in ogni gesto gentile: prometto, è quello che farò.

Al leone, di te, non gliene frega niente.

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Caro Cecil,

mi dispiace molto. Mi dispiace molto perché ti scrivo e sei un leone e i leoni non leggono. Posto che comunque sei morto (e che se per caso l’aldilà esistesse avrei ben altre persone con cui parlare)  mi dispiace perché non mi dispiaccio per te, anche se su questo probabilmente ci potremmo intendere: se tu mi vedessi morta credo che al massimo penseresti “Uh, una simmenthal dimenticata fuori dal frigo!”

Vedi Cecil, quand’ero piccola volevo “salvare i leoni”: complici libri sui grandi felini e manuali veterinari casalinghi volevo vivere nella natura come George Adamson difendendo gli animali selvatici e possibilmente evitando la morte violenta toccata a lui e alla moglie. La verità è che, come molti americani che diffondono video di grandi abbracci con i leoni, LA MIA GATTA NON MI BASTAVA. Volevo un maxi gattone da coccolare: uno (riconoscibile quindi, con un nome, un nome colto magari) e maxi (che quindi dicesse molto anche di me, perché se il gatto è maxi sei maxi anche tu e questo lo capiscono bene quegli uomini e quelle donne che hanno i SUV).

Mi sono iscritta a Scienze Naturali all’università e il mio punto di vista, che già stava cambiando, è mutato radicalmente: la natura, che non vuol dire solo i leoni ma anche, chessò, le zanzare, è una risorsa. Come risorsa va studiata, regolata, sfruttata e preservata. Il termine “risorsa” non è casuale: una risorsa è tale perché è inserita in un sistema più grande che attinge a tutte le sue componenti, che le influenza e ne è influenzato in maniera diversa.

Sì, Cecil, tu eri molto bello. Tutti quelli che hanno pianto la tua dipartita lo pensano. Deve aver pensato così anche il dentista che ti voleva per il suo salotto. E quindi?

Non per essere antropocentrica, ma lasciamelo essere per un attimo: anche i bambini africani sono belli. Anche quelli siriani, quelli palestinesi, quelli israeliani, quelli con il labbro leporino…insomma, i bambini sono belli. Volendo anche più belli di te. Però. Però i bambini hanno questa spiacevole abitudine: crescono. Diventano uomini e donne magari non più altrettanto belli, magari anche un bel po’ stronzi o vigliacchi. Diventano gente che lotta per i diritti dell’essere umano e della natura così come diventano dentisti con manie omicide sublimate nella caccia o dittatori che riuniscono gli oppositori negli stadi e poi li falcidiano. E suppongo sia questo il motivo per cui molte persone vorrebbero avere una tigre, un serpente, una tarantola ma nessuno vorrebbe poter dire “si, quell’essere umano lì, mediamente intelligente, mediamente capace, mediamente simpatico, è MIO”.

Ci sono esseri umani che continuano a ripetere come un mantra “gli animali sono meglio, per esempio nessuno ti ama come ti ama un cane”. GRAZIE A DIO. Io, sempre per esempio, non prenderei bene il fatto di essere considerata una cagna per la mia fedeltà e se venissi mollata in autostrada una volta trovata una colonnina SOS scaricherei sulla testa di chi mi ha mollato lì una quantità tale di denunce da piantare il responsabile per terra come un chiodo, altro che fargli le feste e saltare in macchina. E tra parentesi il cane, se non fosse stato trasformato in cane da lupo che era, se ne fotterebbe tanto quanto, della lealtà.
Guardiamoli, questi tuoi colleghi felini: video su video del leone Christian che riconosce i suoi padroni (padroni, eh), o della tigre che vive sul divano e non si pulisce i denti con le ossa dei suoi, di nuovo, padroni. Sembra che per affezionarci a qualcosa dobbiamo per forza prima passare attraverso il considerarlo nostro e riconoscibile come singolo.

Cosa dici, mi dilungo? Scusa Cecil, ancora poco e ho finito.

Noi umani piangiamo per te. Come hanno potuto farti sottile sottile come un tappeto! Noi umani però siamo anche quelli che parlano dei profughi affogati in mare (AFFOGATI, che se devo immaginare una morte peggiore faccio veramente fatica) come di una tragedia che però “non può essere un problema solo nostro”. Parliamo di gente morta sotto il sole, sfruttata per noi finché il corpo non cede, come di qualcosa di indubbiamente disdicevole però “hai visto quello che invece ha accoppato a colpi d’ascia quel tipo a Niguarda?”. Discutiamo di persone che non hanno la possibilità di avere documenti ma hanno l’obbligo di risiedere in luoghi che in animalese corrisponderebbero al vecchio zoo di Milano indicandole come costituzionalmente ladre. E non ce ne vergogniamo minimamente. Sì, la tragedia umana in teoria ci tocca, mica siamo senza cuore, “però bisogna anche dire che…”

Caro Cecil, senza offesa, ma possibile che gli esseri umani desiderino così tanto essere belli e forti e innocenti (“innocenti” perché senza colpa, e senza colpa perché senza senso di colpa quindi tecnicamente, passando dalle bestie agli uomini, “psicopatici gravi”) da sentirsi empaticamente più vicini ad una Panthera Leo di quanto non si sentano nei confronti di un altro Homo Sapiens Sapiens?

Nella foto in alto un tizio vestito “da safari” regge un cartello che recita “I am Cecil”. Aspetto quella in cui spruzzerà con i suoi ormoni tutti gli angoli di casa.

Proposta di ricerca: Il Gap Patrick Swayze

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“Now I…. have…the time of my liiiiiife…”

Pensavo non si potesse sfuggire a Dirty Dancing: ogni estate di tutta la mia vita di preadolescente prima e di adolescente poi era segnata nel suo inizio dalla messa in onda di Dirty Dancing. Come dire “cominciate a sudare per un buon motivo”.

Patrick era un ottimo motivo (e se penso troppo al fatto che è morto non riesco a rassegnarmi): non era solo bello, fisicato e ballerino, era anche un uomo duro con il cuore tenero, quel genere di uomo insomma che ci hanno sventolato davanti al naso per anni convincendoci che 1)ESISTESSE VERAMENTE e 2)volesse una donna come Baby.

Baby. Baby ha un nome di merda, tant’è che la prima cosa che fa Johnny (cioè Patrick) è spogliarla di questo nome da pupattola chiedendole come si chiama effettivamente: quando lei risponde “Frances, è il nome della prima donna entrata al governo” la trasformazione è fatta. Frances impara a ballare (ball-, tromb-, ci siamo capiti), impara a fregarsene di quello che il suo papà pensa di lei e probabilmente finisce a lavorare con gli sfigati di qualche paese lontano in cui fischiano le bombe perché lei  HA DUE PALLE COSI’.

Quindi ricapitoliamo: lui è bellobellobello, è sensibile e forte, è un po’ rustico. Lei è intelligente e coraggiosa e questo la fa diventare affascinante anche se non è una gnocca. Insieme, i due si bilanciano perfettamente.

Bene. Questo è il modello.

La realtà è che mentre noi ragazze modellavamo la nostra idea di uomo su Dirty Dancing OGNI MALEDETTA ESTATE i ragazzi….non stavano guardando la tv. O almeno non la maggioranza di loro. Noi donne degli anni ’80 siamo in grado di ripercorrere quel film scena per scena e i nostri coetanei maschi…erano fuori, o dormivano, o guardavano Terminator! Abbiamo pensato di condividere un linguaggio che…non c’era.

Da un paio d’anni, forse perché mi ha coinvolto direttamente, mi sono accorta che i trentenni, come i cinquantenni prima di loro, tendono a preferire le più giovani. Parliamo di gente MOLTO più giovane, tipo per fare un esempio qualunque 20-34. Per me una ventenne (o un ventenne) è un infante che devo aiutare a trovare la sua strada, ma mi sono resa conto che questo discorso non vale per tutti.

Vogliamo quindi fare delle ipotesi? Facciamole!

1)la ventenne può essere plasmata
2)la ventenne ti fa sentire giovane
3)la ventenne non ti fa determinate richieste (tipo “piantala di comportarti da bambino”)
4) LA VENTENNE NON HA MAI VISTO DIRTY DANCING!

Capito? Non lo vuole l’uomo forte/rustico/sensibile che pensa che lei sia intelligente/coraggiosa! Non so cosa voglia perché non conosco il film must delle ventenni (se qualcuno può illuminarmi prego lo faccia) ma NON STA CERCANDO QUELLO. Patrick (così come Byron Sully della serie “la signora del West”) era dato dall’incrocio tra il pezzo di figo più figo che puoi immaginare e la tua migliore amica, ma nessuno ha spiegato ai maschietti degli anni ’80 che dovevano essere questo e COME esserlo. Qualsiasi sia il modello delle ragazze degli anni ’90 forse è più raggiungibile.

Monologhi

Immagino conversazioni, che presumibilmente non avverranno mai. Immagino interlocutori che interloquiscano quanto me, che ne traggano altrettanto piacere. Che sappiano parlare di verità senza aggrapparsi drammaticamente a supposte ingiurie che non esistono o che sappiano parlare della verità senza tirare in ballo la loro personale, insultante bugia. Che sappiano parlare di verità senza averne paura.

La verità. La verità è che se avessi avuto negli anni passati metà del coraggio di adesso oggi avrei solo un quarto delle cose che ho da dire. La verità è che fa un sacco chic dire “non ho rimpianti” e immagino che  se uno, come me, riesce comunque a ritagliare il meglio dagli sbagli passati questo POSSA anche essere vero. Ma comunque, a tornare indietro, quante cose faresti diversamente? Quanto butteresti di te oltre lo steccato? Mica solo il cuore ma proprio anche tutti gli altri organi interni: vai avanti che adesso arrivo, anche perché senza organi non si campa, mi dicono.

Ho dimenticato come si fa a essere diplomatici, ho dimenticato che la verità FA paura, che l’ha fatta anche a me e che in questo non c’è niente di strano. Mi sembra di essere tornata indietro nel tempo, all’ultimo anno del liceo, quando mi sembrava che tutto fosse da fare e costruire e scoprire e non avevo paura di niente.  Dove si è cacciata la mia percezione del pericolo? Esiste veramente un pericolo?

Pomi d’ottone e manici di scopa

PREMESSA

Una mia Amica mi telefona e mi dice “Ehi, c’è la mia amica X che va in vacanza e sta cercando qualcuno che stia a casa sua una settimana, sai, per badare al gatto e alle piante. Ti interessa?”
Io: “Mh – Speta… – dove vive?”
Amica: “In via pienocentrochepiùcentrononsipuò”
Io: “Ah  – Yeeee mi becco pure la casa figa yeeee!  – si, ok”
Sento la signora X al telefono, per fare amicizia, per instaurare un certo clima, per…insomma, per paraculaggine.

Io: “Ciao sono Io, Amica mi ha dato il tuo numero…”
X: “Ah si, ciao. Dunque: io ho una gatta che è Houdinì che sicuramente ti scapperà e verra rapita dagli altri condomini perché è bellissima e un condizionatore che, anche se sta arrivando Caronte, non devi assolutamente accendere. Comunque i muri sono spessi perché la casa è vecchia e non dovresti avere troppo caldo”
Io: “Non ti preoccupare, ho una certa esperienza di gatti che cercano di infilare la porta – In-stal-la-re GPS su- mi-cio – e per il caldo comunque non pensavo di stare in casa molto – Ricordarsi di portare due monete per Caronte…e 20 euro da lasciare sul comodino quando accenderai il dannato condizionatore – quindi andrà bene. Arrivo in mattinata.”

L’INCONTRO

X: “Ciao, ciao! Togliti le scarpe, in casa mia non si entra con le scarpe, il pavimento è in legno grezzo e così evito di lavarlo!”
Com’è che si chiamava…Ah, si: tetano.
X: “Allora, la gatta tende a scappare, le ho messo un collarino perché QUANDO ti scapperà qualcuno la vedrà e la ruberà”
Io: “Non preoccuparti, non scapperà”
X: “Probabilmente si”
Nota mentale: Chiedere riscatto per gatto.

La casa è un tripudio di ammennicoli e boccettine: Fiori di bach, simboli magici, messaggi appesi alle foglie del ficus e riposti in varie ciotole tibetane, palline, perline, conchiglie piene di sale. Un sacco di roba. Un sacco di roba PICCOLA e MEDIAMENTE LEGGERA, e questo è da tenere a mente per dopo.

X: “La gatta mangia un cucchiaino di umido a sera e i suoi croccantini, oppure puoi darle una di queste fettine di carpaccio. Ce ne sono due”
Io sto qui 7 giorni. Qui ci sono due microfettine e due scatolette. C’è qualcosa che non mi torna
X: “Questo è il condizionatore. Non funziona molto, l’ho acceso vedi, ma non fa molta differenza”
Non fa molta differenza perché il tubo è rotto, non arriva fuori dalla finestra e quindi sputa aria calda IN CASA. Il buco nel muro dove andava il tubo sa solo dio perché ma L’HAI TAPPATO. E comunque visto che l’impianto elettrico di questa casa è composto da fili che piovono dal soffitto in cui sono infilati tipo tetris migliaia di adattatori penso che eviterò di accendere il condizionatore. O il computer. O la luce.
X: “Puoi dormire dove vuoi, in entrambe le stanze c’è il soppalco e quindi fa un po’ caldo ma puoi dormire sul pavimento di marmo, che è notoriamente fresco”
Notoriamente fresco E notoriamente duro. Io non sono giapponese.
X: “Allora, una cosa cui devi fare attenzione: prima di mezzanotte devi chiudere la finestra della mia stanza”
Io: “Ah, ok.”
X: “Perché sennò entra un tipo”
Io: “…COL CAZZO CHE DORMO QUI – Scusa, come un tipo?”
X: “Si, uno spirito maligno. Se ti dimentichi di chiuderla chiamami che ti dico cosa devi fare”
Io: “… Ah, ok”
X: “Cos’altro….ah, si: puoi spostare quello che c’è sul tavolino del salotto, ma non quello – e mi indica una composizione in cui ci sono un manuale, un foglio con una stella di David dipinta sopra e una serie di barattolini e scatoline: leggo “acrilico oro” e “cannella” – perché sto facendo un incantesimo.”
Io: “…Ah ok”

IL MIO SOGGIORNO

A dirla tutta non ho avuto grossi problemi: la signora X chiamava per chiedermi di parlare con il gatto ma siccome sono ideologicamente contraria all’avvicinare un telefono all’orecchio di un micio si è dovuta accontentare di parlare con me, il meteo mi è MOLTO venuto incontro (dopo due giorni son venuti giù due acquazzoni che hanno completamente ribaltato una situazione per nulla rosea), il basilico è sopravvissuto (“probabilmente morirà”, aveva sentenziato la signora X), il gatto non è scappato, la casa non è esplosa e il fantasma non è entrato. Ho avuto solo due piccoli inconvenienti.

Il primo: sono al telefono con G., una mia amica, e discutiamo animatamente della stronzaggine di un uomo. Mentre discutiamo io, che mi sto preparando a uscire di casa, sto chiudendo l’imposta della finestra del fantasma, perché sicuro tornerò dopo mezzanotte e temo che la signora X abbia una “nanny cam” da qualche parte. Tiro l’imposta (una di quelle alte, lunga quanto tutta la finestra) e niente, non viene. Tiro di nuovo. Nulla. Nel frattempo comunque la conversazione è sempre più animata e decido di sollevare leggermente l’imposta, che con gli anni è franata sul suo peso,
Io: “CAZZO.”
G.: “Che.”
Io: “G. Ti devo lasciare che mi è rimasta in mano l’imposta”
Con questo aggeggio di legno in mano, più alto di me e pesante quasi tanto quanto, impegnata a fare come i circensi con i piattini sui bastoni senza però la rassicurante consapevolezza che se ti cade un piattino non ammazzi il tipo che cammina felice per la strada 3 piani più sotto, allargo la spalla permettendo al cellulare di scivolare sul tappeto e con la forza datami da un milione di gocce di sudore freddo che mi corrono dalla nuca ai talloni riesco a reinserire il singolo, superstite, cardine della finestra. Se il fantasma mi ha visto adesso mi sta facendo un applauso fragoroso…sulle frequenze dei fantasmi, s’intende.

Il secondo problema ha a che vedere con una tecnica di tortura utilizzata ampiamente a Guantanamo, e cioè la privazione del sonno. Nel mio caso l’aguzzino, va da sé, era il maledetto gatto.

Una volta verificato che NO un gatto non può mangiare un cucchiaino di scatoletta al giorno la situazione è molto migliorata, senza però risolversi veramente. Micio pretendeva sessioni di gioco di una certa durata, odiava cordialmente le luci spente e il ventilatore e per segnalarmelo aveva trovato questo elegante stratagemma: 1) tirare fuori da un cestino di vimini tutte le scatolette degli integratori della sua padrona 2) estrarre con precisione chirurgica dalla scatola la boccetta e 3) scaraventare la sola boccetta per terra. Ci sarebbe stato da ammirarlo, se solo non avesse scelto come momento per esibirsi in questa mirabile prova di destrezza proprio quelle ore in cui gli homo sapiens sapiens solitamente dormono.
La prima notte ho dormito un’ora. E non è che esagero, ho guardato l’orologio. Poi finalmente ho trovato una canna di bambù, l’ho usata per puntellare la porta della stanza e per quanto il maledetto famiglio ci abbia provato è rimasto chiuso di là.

Insomma, il bilancio della mia permanenza milanese è risultato più che buono: ho rivisto tante persone, ho passeggiato lungo i viali della mia infanzia, ho dimostrato al mondo che se un essere umano si impegna può spuntarla su un gatto e ho provato a me stessa che sono in grado di non accoppare tutti gli esseri dotati di clorofilla. Ho però anche un rimpianto: non aver potuto dimostrare al fantasma che esistono viventi che non sono razzisti. Prossima volta provo con qualche biscottino.