Homebound train

L’autunno scorso pensavo che prendere tutti questi treni mi sarebbe piaciuto molto: mi sarebbero piaciuti i paesaggi che corrono all’indietro, le voci dei passeggeri, il muoversi velocemente senza doversi occupare della meccanica della cosa, l’idea di essere la ragazza vicina al finestrino. 

La cosa divertente è che avevo anche ragione, mi piace, quello che però non avevo considerato era che mi sarei sentita in treno sempre, soprattutto al di fuori di una stazione o di una carrozza. C’è la ragazza con l’orecchino di perla e c’è la ragazza con la valigia, che con la valigia ci vive, ci dorme, ci si  lava i denti, ci passa i due giorni con il fidanzato. La valigia è uno stato di cose E uno stato mentale: ti porti dietro il necessario a essere a casa ovunque, nella pretesa di essere tu, nel tuo metro e cinquantotto non quadrato, la tua casa. È per questo che quando sono in treno per metà sono contenta e per metà mi sento come se non sapessi dov’è che sto andando.

Vedete, la chiocciola una casa vera ce l’ha, non se la deve vedere con la forza dell’Io, la continuità della propria storia e identità passata e presente, l’attaccamento all’oggetto e tutte quelle menate lì, mentre per un essere umano che ancora non ha una casa di mattoni campare solo con quella immaginata (e investita libidicamente) tra un divano-letto e l’altro ecco, non è il massimo. Si aspetta che passi il prossimo treno.

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