DSA e BES: dalla parte dei bambini

“Io sono un BES”
“e cosa vuol dire?”
“non lo so”

Il numero di bambini che arriva ai servizi di neuropsichiatria infantile per una valutazione delle capacità cognitive e degli apprendimenti è diventato talmente alto da costringere varie regioni italiane a convenzionare centri privati per smaltire la mole mostruosa delle liste d’attesa: file di genitori aspettano il loro turno per essere chiamati e portare i figli a fare test che decreteranno se i pargoli sono dislessici, disgrafici, disortografici o se hanno “problemi emotivi” che fanno sí che vadano male a scuola. Nei primi tre casi le diagnosi “discolpano” genitori e bambini, i primi dall’accusa di essere cattivi genitori e i secondi da quella di essere svogliati, nell’ultimo parte una raccomandazione di trattamento psicologico di vario tipo (a seconda dell’orientamento che va per la maggiore nel servizio in questione) e il senso di colpa, tu genitore, te lo gestisci un po’ come ti viene.
Uno potrebbe dire che cosí chi ha bisogno dello psicologo viene prontamente preso in cura. Uno potrebbe dire che cosí un bambino (o un adolescente) non penserà di essere stupido o pigro, ma “solo” di aver un disturbo.
Il dramma è che tutto ció è vero e contemporaneamente non lo è.
Immaginiamo un bambino x a cui viene detto che ha diritto a strumenti compensativi o che si vede ridotto il numero delle ore di scuola. La scusa ufficiale è che non ce la fa a reggere la mole o il tipo di compiti che i suoi coetanei sostengono e che cosí, con il suo programmino specifico, riuscirà a portare a termine la scuola con voti buoni che sosterranno la sua autostima. Credere a una cosa del genere vuol dire credere che i bambini siano cretini. No, scusate, non cretini: che siano proprio un branco di idioti. Non solo il bambino diventa consapevole del suo non riuscire a essere come gli altri “per costituzione” ma assume questo presunto disturbo come parte di lui: il BES (Bisogni Educativi Speciali) non è piú un provvedimento burocratico preso per “venirgli incontro” ma diventa una parte di lui, un assunto identitario. Come mi ha detto un bambino: “Io SONO un BES”.
Quando si era piccoli negli anni ’80-’90 (e anche prima) non esistevano DSA o BES e le cose andavano cosí: se ti andava bene incontravi la maestra intelligente che sapeva vedere i tuoi buoni risultati nonostante la calligrafia illeggibile, le operazioni pasticciate e la timidezza a volte ammutolente durante le interrogazioni, se ti andava male trovavi quella sveglia come una pigna che urlava e ti metteva due e magari ti faceva odiare la scuola al punto che arrivato a 16 anni te ne andavi dopo averle bruciato la macchina. In entrambi i casi comunque quello che ti veniva detto era che dovevi impegnarti per migliorare. Che FACEVI qualcosa di sbagliato. FACEVI, non ERI. Poi magari finiva che la zappa in matematica diventava uno scrittore e quello lentissimo a scrivere un chimico, o magari no. Se avessimo avuto prima queste diagnosi avremmo sorretto l’autostima di tanti bambini? Avremmo impedito la dispersione scolastica? NO. E NO. E NO.
Ultimamente sta uscendo questo “scoop”: tanti professionisti della salute mentale (soprattutto americani) stanno dicendo che la diagnosi di ADHD (disturbo dell’attenzione e iperattività) NON HA RAGIONE DI ESISTERE. Che è un SINTOMO. La psicoanalisi questo lo dice da ANNI, da quando queste maledette diagnosi hanno visto la luce ma gli americani, che se le sono inventate, le hanno esportate. NOI ce le siamo bevute e abbiamo cominciato, come gli americani, a dare farmaci ai bambini per l’ADHD, farmaci di cui vedremo gli effetti negli anni.
Vedremo gli effetti anche dei DSA. Questa diagnosi, che viene incontro ai bisogni di tanti (delle scuole che hanno pochi fondi, degli insegnanti che hanno troppi alunni in classe, dei centri privati che si trovano con chili di nuove cartelle e dei vari corsi e corsetti per imparare a fare queste valutazioni) verrà sbugiardata. Tanto per dire vorrei proprio sapere quanti DSA hanno paesi come la Svezia che pensano tanto a nuovi modi di fare istruzione e si concentrano sul benessere dei bambini e di chi gli fa lezione. Forse loro non si pongono nemmeno il problema. Forse loro della calligrafia dei bambini che scrivono male se ne fregano oppure trovano modi, IN CLASSE e non in uno studio medico, per porvi rimedio.
MA POI: PERCHÉ?
Il paradosso è questo: siamo un paese di analfabeti funzionali, di capre ignoranti, di gente che non sa scrivere manco la lista della spesa e di persone che scrivono libri con personaggi di nome Step e Baby e – Dio ciccio – diventano RICCHI in questo modo, eppure pretendiamo che i bambini corrispondano a uno standard che nella popolazione normale non esiste. Pretendiamo che siano non solo senza difetti ma anche senza guizzi personali: se non fossi stata discalculica (cosa che immagino, avendo ben in mente la mia reazione di fronte alle operazioni piú banali) forse non avrei passato il mio tempo fin da piccola a scrivere come una matta. Se il mio amico dottorando in matematica non avesse odiato leggere forse non avrebbe mai inventato modi matematici (sa dio quali) per “ripulire” le immagini delle stelle. Come mai abbiamo deciso di pretendere dai bambini uno standard che vorrebbe gli italiani tutti Leonardo Da Vinci? Chi ci ha cacciato in testa che invece di formare meglio gli insegnanti e di sovvenzionare le scuole pubbliche (invece di foraggiare quelle private) sarebbe stato meglio dare la colpa ai bambini che non sono come dovrebbero essere?
Tra vent’anni qualcuno dirà “questa diagnosi di DSA non solo è una boiata ma fa danni” ma nel frattempo noi ci saremo persi un sacco di bambini e di giovani che dicendo “Io SONO un DSA” si saranno preclusi la gioia di desiderare futuri luminosi e la piccola possibilità di essere CAPACI, di avere un valore a prescindere dalla calligrafia a zampe di gallina.

La verità è che non ti piace abbastanza.

Disclaimer: non sono un guru né pretendo di esserlo e non mi sento superiore a nessuno, conosco molto bene (per averli messi in atto anche in maniera reiterata e PER ANNI) tutti quei meccanismi pessimi di cui mi accingo a parlare.

A voler chiacchierare con un po’ di persone diverse in un po’ di posti diversi nel mondo scommetto che ne verrebbe fuori un argomento comune e che quell’argomento sarebbe il lavoro. Il lavoro, i giovani, il lavoro dei giovani. Tutto vero. Un altro argomento comune però, che viene forse dopo il meteo ma sicuramente prima della politica estera, è quello delle relazioni. Le relazioni (perdonatemi, so che non è politically correct ma a me spetta parlare di quello che conosco) tra uomini e donne.

I ruoli sono cambiati: lo sappiamo, ce lo dicono tutti, sono cambiati…senza farcene trovare di nuovi (o almeno, non per quelli nati intorno agli anni ’80: di nuovo, perdonatemi se parlo solo di quello che conosco). Le donne non sono più ferme all’uscio ad aspettare l’uomo cacciatore e l’uomo cacciatore si è dato al vegetarianesimo…vegetarianismo…insomma, non caccia più.

Ammettiamo per un attimo che questo sia sempre vero (cosa che OVVIAMENTE non è ma facciamo finta che lo sia): le donne sono diventate predatrici? Forse, ma non padroneggiano l’arte come l’uomo che fu e d’altro canto gli uomini di oggi ci stanno fino a un certo punto a farsi “cacciare”, con un risultato mi pare (non me ne voglia nessuno)…di un appiattimento generale. Pensateci: QUANTE conversazioni uguali tra loro avete avuto con le vostre amiche? Quanto siete state (ragazze) uguali alle amiche di cui sopra? Perché un film come “La verità è che non gli piaci abbastanza” CI AZZECCA COSI’ TANTO? Siamo diventate gli stereotipi degli stereotipi?

1) Una cosa comune a molte donne è l’ANALISI. Dimostrando come possa essere vero fino alla noia l’adagio che vuole le donne analitiche e gli uomini sintetici alcune donne passano il loro tempo ad analizzare ogni singola particella di una conversazione avuta con un uomo (di loro interesse): ogni sfumatura della voce, la scelta di un certo vocabolo invece di un altro, i tempi di risposta (sia verbali che scritti), ogni movimento del corpo, la frequenza con cui queste comunicazioni avvengono, anche l’ORARIO DELLA GIORNATA in cui avvengono (true story). Non sto facendo la figa, l’ho fatto anch’io. Ho notato però che quando una donna incontra un uomo con il quale la relazione va liscia ne parla molto meno con le amiche: magari racconta cose fatte, dette, viste, particolari sessuali più o meno piccanti e anatomicamente precisi ma non passa il suo tempo a chiedere alle amiche cosa ne pensano loro. Si può dunque anche parlare d’altro, quando ci si vede. Mi verrebbe da dire allora che un rapporto in cui si parla (o scrive) tanto e si FA poco e che necessita di un Rocci per la sua comprensione potrebbe già avere sopra un’enorme insegna che dice “NO”, però potrei sbagliarmi.

2) Un’altra cosa comune a molte donne è la PREPOTENZA. Occhio, non è manifesta, è sottile, è fatta di manovre spesso silenziose atte a ottenere da un uomo quello che la donna vuole e che l’uomo non sarebbe incline a dare. Pare che gli uomini di queste manovre non siano coscienti e che ne subiscano l’effetto. A volte. A volte invece non solo non le registrano ma non le sentono nemmeno e un sigaro rimane un sigaro anche quando non lo è (sto maltrattando indebitamente Freud, lo so). Questa prepotenza, questo tentativo di controllo può riuscire o meno ma è figlia di quella leggenda che viene semplificata molto bene da una battuta di “Il mio grosso grasso matrimonio greco”: l’uomo è il capo ma la donna è il collo. Il punto sta nel fatto che non è vero, che sottovalutare gli uomini pensando di addestrarli manco fossero cani non fa onore a chi pretende di sceglierli come compagni e spesso e volentieri NON FUNZIONA. Come se avessimo bisogno di comandare in casa perché nel mondo non possiamo: come dicevo, abbiamo perso i vecchi ruoli ma non sappiamo quali siano quelli nuovi.

3) Poi c’è l’annosa questione del PRINCIPE AZZURRO. Prima ci hanno fatto vedere i principi azzurri (da Filippo a Patrick Swayze), poi ci hanno detto di abbandonarli e crescere – per Dio! – perché nessuno è perfetto, perché Cenerentola dopo il matrimonio ha cominciato a farsi di eroina e perché bisogna essere REALISTICHE. Gli americani nelle loro commedie romantiche continuano a dire il contrario e per questo li disprezziamo ma vorrei spezzare una lancia a favore di Filippo: magari non esiste, ma IL DESIDERIO e L’IMMAGINAZIONE hanno spinto l’essere umano verso la scoperta del volo, dello spazio, della realtà virtuale e della cura per il cancro (solo per citarne un paio). Se Colombo avesse pensato “sto dicendo un mucchio di cazzate, una via più breve per le Indie non esiste” non (uhm, sorvoliamo, sennò poi mi parlate di indiani morti)…ci siamo capiti. Quindi, dando per scontato che il principe azzurro non esista, che il rischio sia di rimanere al palo perché abbiamo scartato una serie di ranocchi (già che ci siamo: QUANT’E’ STRONZA esattamente quest’idea? Come a dire che se non riesci a trasformarli è colpa tua….si veda il punto 2), ci siamo messe a inseguire certi soggetti che manco Ted Bundy. Come se Belle si fosse accasata con Gaston, invece di voler vivere di aaaavventureee. Ci hanno anche detto che ci sono tre donne per ogni uomo, tanto per farci venire un’altra anZia, dove la “zeta” è maiuscola perché a questo punto anche uno zombie ci andrebbe bene (se non fosse per il famoso problema dell’orologio biologico che NON E’ PER NIENTE OBBLIGATORIO ma anche qui, per la millesima volta: vecchi ruoli, via! Nuovi…non pervenuti!)

4) In realtà io penso (c’è chi di sicuro mi smentirà) che il fulcro della questione sia il punto 3 ma leggete anche questo per farmi contenta. Sembra che L’ALTERNATIVA PEGGIORE sia rimanere soli. Il leitmotiv è “tutti hanno paura di restare soli”: ora, se restare soli vuol dire non essere amati da nessuno, parlare con gli oggetti, vivere in una casa di cartoni sotto il lungotevere e morire al freddo allora c’è ragione di averne paura. Se però vuol dire “restare single” allora…PERCHE’??? Se incontri qualcuno che ami e che ti ama, che tratti bene e che ti tratta bene, con cui ti fai grasse risate e ottime trombate BENE! OTTIMO! Ma se invece non lo trovi siamo sicuri che essere circondati da amici, con il proprio tempo, la propria casa, il proprio lavoro, la libertà di decidere se domani vuoi fare colazione a Parigi o dormire nell’Hotel di Harry Potter sia così male?  Tocca ricordarsi anche che poi restare da soli finisce e vorrei proprio vederla quella persona, magari anche felicemente accoppiata, che in qualche piccolo momento segreto non sente la mancanza di quel periodo in cui stava per i fatti propri e sentiva di avere il mondo in mano.

In conclusione, penso davvero che il problema non sia essere realistici ma tutto il contrario, che il desiderio abbia un ruolo centrale in tutti i cambiamenti importanti per l’essere umano, a patto però che abbia la “D” maiuscola, che non sia CONCRETO. Sognare di volare è una figata, sognare di possedere un Jet è triste, e la soddisfazione  che ne deriva di breve durata.

The road so far

Qualche anno fa decisi di chiudere Facebook e così scaricai tramite apposito bottone tutti i contenuti in un’unica cartella zip. Naturalmente entro poco mi sono ritrovata a iscrivermi di nuovo, ufficialmente perché restavo sempre fuori dall’organizzazione degli eventi degli amici montanari. E va bene.

Tre anni fa il mio ragazzo mi lasciò e io, che ho sempre tenuto un diario, andai a rivedermi tutta la mia storia, pagina su pagina, ritrovandoci tutto: i primi segni di quelli che poi sarebbero stati problemi, la mia consapevolezza del palco di corna che mi portavo a spasso fin dai primi mesi così come quella che quello lì non poteva essere l’uomo per me, che era una storia con la data di scadenza. Tutto era lì, così bello coerente e dava un senso a tutto quanto.

Oggi cercavo di rispondere alla domanda “che stavo facendo cinque anni fa” per un giochino su instagram e mi sono ricordata di dove avevo cacciato la cartella con il download del fu profilo facebook; sono andata a cercarla, l’ho aperta, ho cominciato a frugare e ho scoperto due cose:

1)Da luglio 2011 sembro sparita dai radar fino all’iscrizione successiva

2)I messaggi inbox con il mio ex non hanno NULLA in comune con il mio diario.

La spiegazione di questa seconda evidenza è in realtà piuttosto semplice: mentre ci scrivevamo, lui da qualche angolo d’Europa e io dalla mia stanza di studente universitaria, stavamo chiaramente partecipando al gioco della coppia stabile: melensa, a tratti drammatica, a volte un po’ porno. Era la vita di tutti i giorni (motivo per cui non ve n’è traccia nel mio diario) senza esserlo, una sorta di intermezzo tra le varie scene in cui lui e lei si scannano o trombano, solo che questa roba non dovrebbe RIMANERE. Quando rimane è spietata: non ha la dolcezza di una lettera da un vecchio fidanzato o di una dedica in un libro, in quei messaggi c’è una farsa confezionata alla bell’e meglio, un po’ come se qualcuno ti registrasse tutte le volte in cui stai dicendo una sonora bugia e poi te la facesse risentire.

Sul mio hard disk ci sono tante cose che non vorrei perdere, che ho impiegato anni a raccogliere, e quando sento il mio vecchio laCie che fa dei rumori come da mola di mulino sudo freddo e penso che devo fare il back up. Adesso però la mia preoccupazione di conservare tutti gli archivi ha lasciato il posto alla NECESSITA’ di permettere la perdita di documenti passati. Io non sono Dorian Gray, io non j’aa posso fa’.

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Brrrr.

Proprietà privata

Io non possiedo niente di più grosso di una sedia. Non ho una casa mia, non ho una macchina e di certo non possiedo una persona. Mi frequento con un incantevole uomo gigante ma questo non è sufficiente a dire che è mio. MIO non è nessuno, SUA non sono di nessuno: tremate tremate, le streghe son tornate anche se son sempre state qui, come me.

Qualche giorno fa il mondo (singolare maschile AL maschile) mi ha ricordato che anche se cerchi di evitare maschilisti e maschilismi puoi provarci finché vuoi, a vivere nella tua bella isola felice in cui si discute se SINDACA sia un appellativo accettabile o discriminatorio, ma prima o poi il mondo ti raggiunge. Ti raggiunge nel momento in cui meno te lo aspetti e cioè mentre stai decidendo dove andare a dormire in un’altra città, per un evento cui vorresti partecipare.

Lei: “Sei gentilissimo ad offrirmi la tua camera degli ospiti, allora ok grazie mi risolvi davvero il problema, ci tengo molto a venire per vedere questa cosa”

Amico: “Figurati, mi fa piacere”

DUE ORE e un infinito numero di “sta scrivendo…” dopo…

Amico: “ma gliel’hai detto al tuo ragazzo che stai da me?”

Lei: “non ancora, no, sto cercando di capire come parlargliene” (il ragazzo, VA DA SE’, è geloso)

Amico: “glielo devi dire, altrimenti poi quello che si ritrova con il citofono bruciato (COSACAZZO?) sono io. Diglielo.”

“Glielo devi dire”. DEVI per chi. Perché vorresti scopartela, la tua amica, ma per carità è meglio mettere le cose in chiaro e diventare più realista del re, fosse mai che questa adescatrice ti fa su? Per il ragazzo di lei, che tu manco conosci ma al quale già ti senti unito da un vincolo di fratellanza che nemmeno Red & Toby? Per una questione di adesione a un mondo di regole di cui per il resto non ti frega cazzo visto che tu comunque ti senti libero di fare quello che vuoi con donne più o meno impegnate? Su quale montagna ti arrampichi per far piombare così dall’alto questo DEVI, pesante come le tavole della legge? Lei ti paga per farle da analista/confessore/padre putativo? No. Quel DEVI ha una sola, chiarissima origine: l’idea che una donna, con la quale dovresti al massimo avere un rapporto di blanda amicizia, è in coproprietà, tua e di tutti gli uomini che dovessero sentire l’esigenza di comunicarle qualcosa sulla sua persona. Quanto è bella. Quanto è brutta. Quanto sta bene. Quanto è grassa. Come cazzo si veste. Se scopa abbastanza. Se non scopa abbastanza. E quindi anche cosa deve dire al suo ragazzo se si azzarda ad accettare l’offerta di un letto (di cui per altro non ha alcuna intenzione di fare un uso ludico). Perché è ovvio, se poi viene fuori che lei è stata tua ospite lui (amico tuo anche senza esserlo perché dotato degli stessi tuoi attributi) poi in qualche modo dovrà rifarsi su di te bruciandoti un citofono a caso.

Ma fosse mai che il citofono la gente te lo brucia perché sei TU che DOVRESTI fare meno lo stronzo? Fosse mai che a bruciarti il citofono è stata una donna alla quale hai dato una lezione di vita di troppo?

 

Homebound train

L’autunno scorso pensavo che prendere tutti questi treni mi sarebbe piaciuto molto: mi sarebbero piaciuti i paesaggi che corrono all’indietro, le voci dei passeggeri, il muoversi velocemente senza doversi occupare della meccanica della cosa, l’idea di essere la ragazza vicina al finestrino. 

La cosa divertente è che avevo anche ragione, mi piace, quello che però non avevo considerato era che mi sarei sentita in treno sempre, soprattutto al di fuori di una stazione o di una carrozza. C’è la ragazza con l’orecchino di perla e c’è la ragazza con la valigia, che con la valigia ci vive, ci dorme, ci si  lava i denti, ci passa i due giorni con il fidanzato. La valigia è uno stato di cose E uno stato mentale: ti porti dietro il necessario a essere a casa ovunque, nella pretesa di essere tu, nel tuo metro e cinquantotto non quadrato, la tua casa. È per questo che quando sono in treno per metà sono contenta e per metà mi sento come se non sapessi dov’è che sto andando.

Vedete, la chiocciola una casa vera ce l’ha, non se la deve vedere con la forza dell’Io, la continuità della propria storia e identità passata e presente, l’attaccamento all’oggetto e tutte quelle menate lì, mentre per un essere umano che ancora non ha una casa di mattoni campare solo con quella immaginata (e investita libidicamente) tra un divano-letto e l’altro ecco, non è il massimo. Si aspetta che passi il prossimo treno.

Ovvietà un tanto al chilo

“Sai, anche io volevo farlo”

“Lo siamo un po’ tutti”

“Ho sbagliato mestiere, avrei dovuto proprio fare il tuo”

“Nel mio corso sommiamo lo sciamanesimo alla fisica quantistica e curiamo a partire dai movimenti”

NO. Mi sentite? NO.

Se è un dato di fatto tra le persone mediamente normali che i vaccini NON provocano l’autismo e NON ti fanno diventare un rettiliano ma non farli SI’ che ti rende veicolo di malattie che fino all’altroieri erano praticamente debellate e mette a rischio di morte i bambini manco fossimo in qualche romanzo del ‘700 allora dev’essere un dato di fatto anche che lo psicologo (lA, in questo caso) non è uguale al macellaio. Non è uguale al farmacista, non c’entra niente con gli indiani d’America o con gli indiani con il pallino, non ti sa dire se menti se ti gratti l’orecchio, non legge nel pensiero e NO TU CHE NON SAI UN CAZZO NON LO PUOI FARE.

Se mi trovate nervosetta lo potete dire, è che sono un po’ stanca.

La laureata in psicologia che ha fatto l’esame di abilitazione è sulla carta una psicologa: non ha molta esperienza, se si limita a questo, ma sicuro ne ha più di te che fai il parrucchiere e non ti sei fatto un anno di tirocinio, mentre lei SI’. La laureata in psicologia che si è iscritta a una scuola di specializzazione in psicoterapia non è garantito che sia sana di mente ma potrebbe avere più chance di esserlo di te che sei laureato in lettere ed elargisci consigli pedagogici letti in qualche manuale d’auto-aiuto. La specializzata in psicoterapia che si è fatta la SUA psicoterapia magari tende comunque al disturbo paranoide di personalità e dà segni di squilibrio con i coinquilini ma se non altro un giorno (almeno) a settimana è andata a dire a un altro terapeuta “ciao, io sono matta” e non ha l’illusione di avere il sapere della vita in tasca mentre tu che sei uno psichiatra in specializzazione la terapia non te la vai a fare però prescrivi farmaci come fossero caramelle E sbagli diagnosi.

Adesso per assistere i ragazzini sbarcati dalle carrette del mare o appena usciti dal carcere si cercano EDUCATORI. Con la laurea in scienze dell’educazione. Io vorrei capire che razza di potere ha una corporazione simile perché le venga permesso di passare da scuole e doposcuola (che è dove dovrebbero stare) al business degli immigrati. Perché chiaro come l’oro è così, altrimenti come fate a dirmi che una che ha esperienza con gli adolescenti di borgata, 7 anni di analisi (ANALISI, 3 fottute volte a settimana con il lettino e Freud – metaforicamente, sì – seduto dietro, non la terapia delle pietre calde) alle spalle e una frotta di supervisori da chiamare alla bisogna è meno qualificata di gente che al massimo ha letto Recalcati? EH?!?

I vaccini non portano all’autismo. E O sei un professionista della salute mentale O non lo sei, la cazzo di via di mezzo NON esiste.

I tempi cambiano, con i tempi che corrono

Qualche anno fa, in università, mi successe una cosa bella, una cosa commovente.

Mi ero preparata per un esame di sociologia sanitaria, che altro non è che la storia della sanità in Italia, e stavo andando a darlo con un professore che non avevo mai visto. Era uno di quegli esami che, se non ricordo male, prevedeva due modalità diverse per i frequentanti e per chi (come me) se ne era rimasto a casa ma non ero preoccupata perché studiare la riforma mi era piaciuto molto, era stato in effetti un modo di rientrare in contatto con mio padre, per sentirmi (come se ce ne fosse bisogno) ancora di più figlia sua, erede di quel medico che sempre si era battuto per i diritti del prossimo, dentro e fuori dalle corsie.

Sono arrivata all’esame e mi sono seduta davanti a questo professore, questo bell’uomo con barba e capelli lunghi e bianchissimi e due occhi azzurri azzurri. Ho spinto in avanti la mia carta d’identità per il verbale e lui l’ha guardata e mi ha chiesto: “Parente?” E io: “Di chi?” e lui: “Di Xxxxxx Xxxxx” e io, sorpresa: “Beh, sì, era mio padre”. Gli si sono riempiti gli occhi di lacrime, non scherzo, e mi ha detto con tono commosso che aveva lavorato con mio padre, che insieme avevano partecipato a mettere su la CGIL medici in Lombardia. Poi è uscito e io ho fatto l’esame con l’assistente e quando è tornato mi ha confermato il voto e mi ha augurato il meglio.

Bene.

In questi giorni pre-referendum ogni tanto sbircio la sua bacheca facebook e ci trovo post che mi lasciano perplessa: a parte il like alla pagina della Lorenzin (nota donna di poco spessore che a parte 1)essere una pdlellina e 2)aver aggredito in passato il sindacato soprattutto non ne azzecca UNA in termini di politica sanitaria) quello che mi stupisce di più è l’assoluta aderenza (con toni entusiastici) al programma di Renzi, arrivando a definirlo un Pericle che libererà gli schiavi ancora in catene. E penso a mio padre, a quello che direbbe, certa come sono che lui MAI si sarebbe “placato”, MAI si sarebbe lasciato rendere politicamente analfabeta, NEMMENO con “i tempi che corrono”, che hanno spezzato le gambe di tanti che negli anni “-anta” hanno pensato di cambiare il mondo. Ripenso a quell’esame, che mi ha dato ulteriori mezzi per difendere le mie idee, rinforzando, sulla base della mia convinzione di saper leggere tra le righe della politica e di saperne comprendere tempi e toni, la mia fiducia nel futuro, il mio rifiuto del pressapochismo e del “è tutto un magna-magna”. Quell’esame ha aggiunto un ulteriore tassello a quel “non mi avrete mai come volete voi” che i 99posse cantavano e che io difendo strenuamente.  Quell’esame è uno dei motivi per cui quando leggo la bacheca del mio prof scuoto la testa, come farebbe mio padre.

Let’s talk about… YEUUUURGH

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Qualche tempo fa mi fu consigliato di imparare a fare la gatta morta: tirar fuori gli occhi da cerbiatta (per niente facile quando hai occhi simil cino/talpa come i miei), miagolare, piazzarsi in modo da guardare il tuo prossimo di sotto in su (MOLTO più facile quando sei diversamente alta) e altre simili perle. La mia risposta, allora ma sarebbe la stessa oggi, è stata “non ce la posso fare”.

Proprio letteralmente. Voglio dire, guardate il titolo: lì avrei dovuto scrivere quella classica parolina di 4 lettere che comincia con la “elle” e finisce con la “e” e niente, non ce l’ho fatta. Quindi se dico che non ce la posso fare a fare la gatta morta credetemi, NON POSSO e qualsiasi tentativo mi farebbe sembrare nella migliore delle ipotesi Izma quando diventa gatto, però la versione dopo l’ictus.

Ma tornando al punto, perché avrei dovuto fare la gatta morta? Perché, e qui comincia la solita solfa, gli uomini sono immaturi, fifoni, attratti da chi li fa sentire maschi alfa nonostante il loro sentirsi cronicamente omega, hanno bisogno che tu non sappia proprio tutto, devono offrirti la cena e il pranzo e la vacanza e se tu non fai la gatta morta NON LO FARANNO MAI ma vorranno fare a metà. E questo non si fa.

Ho considerato tutta questa serie di buoni consigli e ne ho tratto, qualche mese fa, una serie di conclusioni: se l’unico modo per essere meno single (dico “meno” perché la questione della coppia insiste a non convincermi del tutto) è essere meno me allora benvenuto, futuro da gattara! Anche perché la svolta lesbica non è un’opzione praticabile.

Ve lo dico che mi accompagno da sei mesi a un ventottenne che mi apre le porte, si vuole impegnare (poi io rizzo il pelo, però insomma, ci sto provando) e che quando faccio la maestrina (sfioro livelli sconosciuti al genere umano in questo) mi guarda con i cuoricini negli occhi? Ve lo dico?

 

 

Il primo nano non si scorda mai

Ho appena finito di rivedere “il diario di una tata”, il film con Scarlett Johansson in cui lei è la tata di questo bambino dell’Upper East Side e dei genitori di lui, due stronzi pieni di soldi che secondo me non si salvano nemmeno nel finale e ho pensato al mio Nano, il bambino al quale ho fatto da babysitter per due anni e qualche mese.

Nano l’ho conosciuto che era all’ultimo anno della materna, era (ed è) un bambino bello e piacevole, uno di quei bambini che non ti viene mai voglia di appiccicare al muro perché hanno sempre qualcosa da chiacchierare, non si buttano sotto le macchine, non ti picchiano e non ti mandano a cagare. Io ero la nuova babysitter e nei miei incubi pochi giorni prima di incontrarlo c’era questa figura della “babysitter prima di me” che sicuramente era stata più simpatica al bambino di quanto non sarei riuscita a fare io e della “babysitter migliore del mondo”, che IO ho avuto e che adesso è una mia amica e che è la creatività fatta essere umano (cosa che io non sono), all’altezza della quale non sarei MAI stata. Non potete immaginare con quanta paura sono andata la prima volta a prendere il Nano, paura perché non so disegnare, non sono una sportiva, non faccio le formine con la pasta di sale o diavolerie simili.

Dopo due anni e mezzo, quando ho detto al Nano che sarei andata via e che dall’anno dopo ci sarebbe stato qualcun altro a prenderlo a scuola e a portarlo a casa, il Nano mi ha detto che tipo di babysitter (premesso che ci ha provato a chiamarmi “Tata” per un po’ poi siccome non rispondevo ha dovuto ripiegare sul mio nome) sono stata : mi ha chiesto di scegliere la prossima babysitter perché “tu te ne intendi”, mi ha detto che sono stata meglio di quella prima perché quella prima era “troppo calma, non come te” e mi ha chiesto se saremmo rimasti “sempre amici” e se ci saremmo visti “qualche giorno”.

“Qualche giorno” è dopodomani e io ho una gran paura di nuovo. Ho paura di presentarmi con i condotti lacrimali (anche le Rottermeier come me li hanno) carichi come i toboga nei parchi acquatici e ricevere tutt’al più uno sguardo di cortesia. Quello che dice Scarlett è una cagata: non è necessario DIRE al bambino che babysitti che gli vuoi bene, per restare fregate.

Un giorno dopo l’altro

…il tempo se ne va/le strade sempre uguali/le stesse case…

e basta. Tenco è tristissimo e io non sono poi COSÌ triste ma è da stamattina che ho in testa questa canzone con tanto di Gino Cervi che passeggia sulla Senna quindi se l’inconscio non è un’invenzione di un austriaco annoiato un significato dovrà pur averlo.

Un anno fa arrivavo al pigneto. Che bella cosa, è stata. Ci ho trovato un’Amica nuova (che bello ritrovarci oggi pomeriggio al bar sotto casa respirando quest’aria di famiglia), un’idea di Roma diversa, una dimensione di Viola diversa. La mia stanza, montata da persone mie e care, è stata FIN DA SUBITO bellissima e non può essere stato un caso, fin dall’inizio questa casetta è stata imbevuta d’affetto. Di qui sono passati musicisti, fotografi, tedeschi, sorelle, mamme, ex, educatrici, filosofe del linguaggio, pazzi scriteriati, padri giovani, attori etiopi, avvocate, migliori amiche, gente meno strana e gente ancora più strana, amori e vicini. E gatti in visita. C’è stato il rito della tisana e quello della sparizione della teiera, il lancio del pallone con la scopa e i bigliettini sullo specchio del bagno, la vincita della bicicletta e la rottura di sei bicchieri. La casa sulla prenestina è stata la casa più bella in cui abbia vissuto finora e adesso, un po’ oggi e un po’ la prossima settimana, la abbandono. Ma tornerò a trovarla, presto. Più presto che posso. A tutti quelli che l’hanno vista volevo solo dire che ve la saluto e che lei, vista la sua naturale cortesia, ricambia.