Colline, gallerie, collere, galline, tu-tum tu-tum, tu-tum tu-tum…

In treno (in tanto treno, intanto) passo tra le verdure laziali e toscane: le prime le riconosci perché sono familiari e piene di pecore, le seconde sono inconfondibili con tutti i loro alberi pizzuti. Che poi a me gli alberi pizzuti sono sempre piaciuti, ho imparato solo a Roma che i cipressi sono tipici dei cimiteri. Tra una collina verde e l’altra appaiono puntolini di case, rimesse, casolari, qualche hangar, magazzini e industrie. Provo, a ogni nuovo agglomerato urbano e umano, a immaginare che vita ci si faccia lì: dura un millisecondo, il tempo perché la Freccia si sposti più avanti, nemmeno un respiro dura così poco e quello che ne viene fuori é un abbozzo di un abbozzo di un abbozzo di un ritratto. Ne vien fuori il riccioletto di grafite della matita temperata, quindi figuriamoci quant’è lontano, quello che ne esce, dal disegno completo.

Ma tanto non é uguale ovunque? Non facciamo tutti le stesse cose? Stupisce (e se mi ci concentro il pensiero é in grado di mandarmi ai matti) solo me che alla fin fine tutti noi si campi allo stesso modo, non importa dove e nemmeno quando?

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Condivido, ergo sum

Dopo anni di utilizzo più o meno altalenante sono arrivata a una conclusione: non so usare Facebook, o meglio, lo so fare fin troppo bene e non riesco a farne un uso…sobrio.

Facebook stimola il mio narcisismo e il mio esibizionismo in un modo molto simile a quello delle bambine che si alzano la gonna: non perché ci sia nulla di allusivo in quello che posto ma perché fondamentalmente è tutto un “guarda cosa faccio” e “guarda cos’ho” e il peggiore (e per me PERICOLOSISSIMO) “guarda cosa penso”. La facoltà di pensiero è la parte più erotizzata della mia persona, vale a dire quella su cui ho speso più tempo, più cura per crescermela e di cui sono fiera fino alla strafottenza.

Altro fattore: sono figlia delle chat. Vuoi perché da brava nerd giocavo di ruolo, vuoi perché sono diventata adolescente nel momento in cui c’è stato il boom, sono brava a dire le cose per iscritto, potrei andare avanti per ORE. Ore piuttosto confortevoli visto che 1)così occupi il tempo libero, 2)hai modo di rispondere sempre la cosa migliore e 3)niente ti prende di sorpresa ed è tutto molto SICURO. Whatsapp da questo punto di vista è una manna dal cielo, posso comunicare senza spendere l’ira di dio nel modo che mi è più congeniale. Già che parlavamo di erotizzazione tiriamoci dentro anche quella che riguarda la scrittura (e del resto può la figlia di una giornalista venir fuori diversamente?).

Quest’anno sono andata a vivere con una semi-fricchettona, che parla di energie e altre stranezze, che mi ha propinato uno sciroppo propoloso terribile quest’inverno (“apri la bocca! Buono eh? Perché fai quella faccia?”), che aggiusta qualsiasi cosa si rompa in questa casa e che…ha amici UN SACCO più rilassati dei miei. Come dire, fatti una domanda… Io non sono ancora arrivata a credere che saltare su un piede sotto la luna piena faccia passare il mal di denti, però da lei ho imparato una serie di cose importanti: la prima è che non puoi e non VUOI controllare tutto, la seconda è che se ti bendisponi nei confronti del prossimo (ma se lo fai sul serio e non perché vuoi qualcosa, qualsiasi cosa, in cambio) l’atmosfera cambia. Non tenere il muso. Non meditare vendetta. Non c’è motivo di non trovare un equilibrio con le persone che sai non essere dannose. Cercare di conoscere il prossimo non ha niente a che vedere con la possibilità di sapere tutti i fatti suoi e dov’è oggi e dove sarà domani. E’ così che poi vinci una bicicletta.

 

A volte ritornano

Sto leggendo tanto. Quanto ero solita fare da piccola. Tanto per dirne una, Cent’anni di solitudine l’ho finito in una notte, con tanto di urla con l’augusta genitrice (“SPEGNI LA LUCE!” “NO!”). QUEL tipo di TANTO.

A nove, forse dieci anni mio padre mi portò in biblioteca: per lui, che era figlio orfano di un “oprario” quel luogo era simbolo del suo riscatto sociale, del suo desiderio di sapere tutto di tutto senza avere le risorse per comprarsi i chili di libri che poi sarebbe riuscito a collezionare nella sua vita da adulto. Ricordo l’odore (non vedo l’ora di tornarci per vedere se è ancora lì, anche perché adesso non saprei descriverlo anche se ce l’ho sulla punta della lingua…o del naso, o della corteccia prefrontale) e la tessera, di carta, con una scritta piena di inchiostro che credo fosse quello di un timbro.

A quel tempo (il tempo in cui leggevo tantissimo) avevo già la mia libreria personale ma mio padre sembrava dare a quel rito una tale importanza e io ero così desiderosa di somigliargli e di fargli capire che tutto quello che faceva e mi regalava era fighissimissimissimo che mi disposi docilmente a giocare a questo gioco della biblioteca. Presi in prestito cinque o sei libri, e poi…mi dimenticai semplicemente di avere la tessera (ma non di restituire i libri eh).

Quest’anno sono stata accompagnata un’altra volta in biblioteca da un altro uomo cui volevo bene. Quest’uomo usava (e forse continua a usare) i libri come ansiolitici: nel tentativo di trovare un senso e una bellezza che in sé non riusciva a vedere (io sì, ma sorvoliamo) passava le ore sui classici così come sui saggi. Sono stata accompagnata in biblioteca, ma ho cominciato ad andarci sul serio solo DOPO. Solo dopo essermi fatta spezzare il cuore ben bene, come solo gli “amici” sanno fare.

All’inizio ci sono tornata per la questione del PIM, il Prestito InterBibliotecario Metropolitano, che è questa cosa fighissima per cui se la biblioteca non ha il libro che ti interessa ma ce l’ha un’altra biblioteca del territorio se lo fanno arrivare. A voi magari sembra una cagata ma oh, per me equivale a trovare una lettera nella casella della posta, tipo quella che ogni tanto favoleggio di mandare all’amico di cui sopra quando lascerò questa città (il senso del “favoleggiare” sta nel fatto che non lo farò, ma fa niente). Mi piace la posta per posta mentre le mail mi fanno venire l’orticaria a prescindere da chi le manda. Il PIM è figo, quindi ho ordinato un paio di libri random (anche piuttosto bruttini) per approfittarne.

In una di queste occasioni in biblioteca ci ho pure incontrato il tipo di cui sopra ma non è questo il punto.

POI

Una sera stavo guardando la mia libreria, cercando di ricordare quanti scatoloni c’erano voluti al primo trasloco visto che il secondo è dietro l’angolo e mentre mi maledicevo per una serie di cose (tipo: 1) troppo poco tempo tra un trasloco e l’altro; 2)quanti libri ho comprato nella vita; 3)il fatto di non poter disporre di persone di servizio che facciano scatoloni al mio posto) all’improvviso l’illuminazione: ECCO a cosa serve una biblioteca a una ragionevolmente benestante fanciulla come me. Fine del consumismo, fine del 21esimo secolo con le sue storture: ero stata così brava a impararlo per  film e musica e persone MA mi ostinavo ancora a voler possedere trilioni di libri  (non mi parlate di kindle: ci ho provato, non mi piace, non gli piaccio, ci stiamo reciprocamente sulle palle).

Sono tornata in biblioteca ma stavolta con una LISTA (scritta a mano) e ho cominciato a spuntarne i titoli. Tanto per dirne una al momento sono alle prese con Guerra e pace e in una settimana ho superato la metà (e l’ho fatto lavorando, mangiando, dormendo e mantenendo una vita sociale).

Insomma, questo per dire che nonostante la biblioteca del quartiere sia legata a qualcuno per il quale ho provato un grandissimo affetto e indissolubilmente connessa a mio padre (che sogghigna sotto i baffi, probabilmente) la molla principale è stata quella bestiolina che è sempre stata così arzilla in me e che pensavo si fosse arrugginita o fosse spirata nel tentativo di rianimare quelle altrui: così come sono affezionata alle stilografiche e ai calamai, ai miei pezzi di ceralacca, alle mie carte da lettera raccolte per il mondo allo stesso modo mi coccolo ancora, nonostante la fatica che questo richiede, la mia ideologia. Come la nerd dinosaurica e vintage che sono.

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Fiabe e leggende.

Esiste un animale ancora più sfuggente del calamaro gigante, una bestia mitologica di cui tutti parlano e che nessuno ha mai visto: i mitomani raccontano di esserlo o esserlo stati in alcuni periodi piuttosto difficili della loro vita, quelli più sinceri di noi ne vantano le qualità invidiandole anche se non ne hanno mai visto uno e non avendo quindi la prova dell’esistenza di questo animale leggendario.

Questa chimera, questo misterioso essere del nostro tempo (si dice che una volta ce ne fossero molti di più) è L’UMANO CHE NON SI PREOCCUPA.

“Stai tranquilla.” (Tranquillo è morto)

“Preoccuparsi non serve a niente.” (Bugia. Intanto serve a preoccuparsi)

“Se c’è una soluzione perché preoccuparsi? Se non c’è una soluzione perché preoccuparsi?” (Le paraculate aristoteliche non mancano mai)

Io lo devo ancora incontrare, quello o quella che non si preoccupa. E se state pensando “beh, io per esempio non mi preoccupo” rilassatevi, nessuno vi sta guardando.

Poi insomma, preoccuparsi NON E’ una cosa sbagliata. Per esempio se non fossimo capaci di preoccuparci non faremmo la raccolta differenziata, non avremmo imparato a depositare i nostri bravi cataboliti nel water (e li lanceremmo ancora dalla finestra: alzi la mano chi vorrebbe più passeggiare tra i pittoreschi vicoli di trastevere, a quel punto), non saremmo seduti sul bordo del divano durante una partita di calcio. O durante un spoglio elettorale. Quindi vedete che preoccuparsi è necessario e a tratti è anche divertente.

Casomai potremmo dire che esistono due momenti diversi nella vita delle persone: quello in cui ci preoccupiamo “il giusto” e quello in cui ci preoccupiamo “alla enne”, in cui cioè il livello di ansia va OLTRE una certa soglia e i vari sistemi di controllo cominciano a fare rumori penetranti tipo

BLAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAH

Esempio di conversazione:

Amico X: “Se c’è una soluzione perch….”

Io: “BLAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAH”

Amico X: “Preoccuparsi non ser…”

Io: “BLAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAH”

Amico X: “Stai tr…”

Io: “BLAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAHAAAAAAAAAAAAAAAAHAAAAAAAA! BLAH! BLAAAAAAAAAAAAAAAAH!”

Le soluzioni che ho trovato al momento sono:

1)CANTARE A SQUARCIAGOLA. E’ tipo dire BLAAAAAAAAAAAAAAAH però con le parole: in questo modo nessuno chiama la neuro, anche se le coinquiline comunque si spaventano.

2)FARSI FARE LE COCCOLE da qualcuno che non ha secondi fini. Tipo l’amico gay.

3)POSSEDERE UN GATTO GRASSO E ANZIANO che ha passato la fase del “ti butto giù tutti i soprammobili”

4)TETRAIDROCANNABINOLO

5) LEGGERE TOMI DI LETTERATURA RUSSA CON PASSAGGI IN FRANCESE E NOTE A PIE’ DI PAGINA.

Qui c’è crisi: avete suggerimenti?

 

 

Declinazioni di fifa

Mancano 4 mesi e ho paura di:

…dover tornare indietro con le pive nel sacco (tornare a cosa poi? Ecco, appunto)

…perdere occasioni perché non ho il tempo di coglierle (in un film non andrebbe così ma questo non è un film e nella vita reale ci permettiamo un sacco di perdite di tempo)

…fare la fine della Gwyneth Paltrow con i capelli corti quando comunque quella con i capelli lunghi ha una vita di merda

…dover stipare le mie cose in un coso e tornare a vivere con mia madre (scusa mamma)

…sentirmi dire a Milano “tu non sei di Milano, vero?” dopo 17 anni in cui mi hanno chiesto la stessa cosa ma in un’altra città

…perdere tutte quelle persone cui voglio bene e che soprattutto (lamentatio è e lamentatio resta) MI vogliono bene

…scoprire che i milanesi sono freddi e distanti (no, non è un’ovvietà)

…vivere in una casa che mi piaccia meno di questa e senza la gattina squamata che tanto vorrei

…smentire tutti quelli che mi dicono “sono sicuro/a che andrà tutto bene.” Cosa avete da essere sicuri, cosa avete avuto fin qui da essere sicuri, com’è che è pieno di gente sicura di cose sulle quali non ha alcun controllo io vorrei proprio saperlo. Anche se hanno avuto ragione fino a ora non vuol dire che vada così in eterno, lo sapete? Ecco, sapevatelo.

 

La buona scuola

Qualche tempo fa al Virgilio (il mio ex liceo) la polizia è entrata, si è portata via quattro studenti e ne ha arrestato uno: forse spacciava, forse aveva una canna, forse era uno studente, forse no.

Al di là di tutto (tutto che non ho la minima intenzione di trattare) più leggo articoli e botta e risposta su questa faccenda più penso che in generale, su tutti i fronti, la scuola ha alzato le mani: i bambini delle elementari si picchiano o prendono in giro i bambini “diversi” (per un motivo o per un altro)? Sono i genitori che devono educarli. Gli stessi nanerottoli scrivono troppo grosso troppo storto? C’è “l’esperto” che fa una diagnosi e somministra la brava terapia fatta di rinforzini per le risposte corrette. I ragazzi più grandi si passano le canne (o le pasticche, dipende dalla scuola) in cortile? Si chiama la polizia. A questo punto c’è da chiedersi effettivamente DI COSA si occupi la scuola, a parte gli invalsi e le date della prima guerra mondiale…e la risposta io la so. E non vi piacerà.

Quando arrivi in una scuola superiore di periferia, in una zona notoriamente “difficile” hai la fortuna di vedere un meccanismo che a dispetto della scarsità di fondi e mezzi della scuola in questione è lucidissimo e funzionale. E’ lo stesso meccanismo presente in altre realtà ma se nelle zone più “fortunate” o nelle scuole per i più piccoli riesce a sfuggire alla vista perché non è così spudorato nelle scuole degli sfigati si vede benissimo. La scuola del 2000, in Italia, è uno strumento chirurgico con uno scopo: la selezione di classe.

La diagnosi, tendenzialmente, è una: “non scolarizzati, non scolarizzabili”. Si tratta di ragazzi e ragazze che fanno casino, che vengono da famiglie sfasciate, composte da delinquenti o da persone con pochi mezzi (in tutti i sensi), che si mettono a spacciare, che rispondono male agli insegnanti, che non studiano e non si comprano i libri (né le penne, tanto per capirci). Questi sono i soggetti che, secondo un caro vicepreside che ho avuto il piacere di incontrare, “devono essere eliminati”. Come si eliminano? Si comincia consigliando ai genitori di far cambiare scuola all’alunno/a: ho parlato con una serie di ragazze e ragazzi che mi dicevano di essere stati bocciati allo psicopedagogico o al linguistico e di essersi poi iscritti all’istituto tecnico. Vi sembra normale? Non lo è o meglio lo è se consideriamo la scelta della scuola come una scelta del tutto trascurabile, che non deve tener conto dei desideri dell’adolescente, figuriamoci poi dei suoi sogni per il futuro. Ecco, i sogni sul futuro: faccio una fatica bestiale a trovarli, per lo più quello che mi viene detto, quando chiedo di “sparare alto” è: “vorrei fare la professoressa/l’avvocato/il tatuatore/il medico/il calciatore MA NON E’ POSSIBILE” e quando chiedo perché non è possibile 9 volte su 10 la risposta è una scrollata di spalle o un ancor più lapidario “mi ha visto?”. COME ci si arriva a questa risposta? I professori consigliano ai genitori NON di far seguire il figlio da uno psicologo e/o da qualcuno che lo aiuti nello studio ma di iscriverlo in una scuola dove si studia MENO. E voi direte “sarà contento l’adolescente fancazzista di studiare meno!” Certo. E’ contento. E mentre è contento si rende conto del suo essere irrilevante e incapace, un inetto che ha da essere felice del suo studiare poco e del suo frequentare una scuola di merda.

Ecco. Sappiate che mentre noi laureati ci diciamo tanto spesso che laurearsi non è servito a niente perché non abbiamo trovato il lavoro che volevamo i ragazzetti delle scuole sfigate credono al fatto che se studi hai più possibilità di scegliere un lavoro migliore. Ci credono e consapevolmente (o meglio, caricati di una falsa consapevolezza altrui) si fanno da parte.

Ci sono genitori che, forse subodorando la fregatura, non fanno cambiare scuola ai loro figli. A quel punto si tira una leva diversa e quello che si fa è provocare sapientemente adolescenti che hanno poco controllo di sé (qualità già di per sé non proprio abbondante a quest’età) finché non scattano e nel momento in cui questo succede parte la sospensione. Una, due, tre, quattro e in men che non si dica sei arrivato a superare il numero massimo di giorni d’assenza e la bocciatura è assicurata: il ragazzo o la ragazza si ritrovano in una classe composta di studenti più giovani, perdono il legame (già difficile, visti i tipetti in questione) che stavano instaurando con i compagni precedenti, sono fin da subito sorvegliati speciali (poi ti ci voglio vedere a non essere paranoico), non sentono di avere particolari motivi per venire a scuola o seguire le lezioni e si ricomincia da capo, in un rimpallo di scuola in scuola, di classe in classe che ha un solo obiettivo: far arrivare l’adolescente a 16 anni che così SE NE VA.

Vi sembra che io stia esagerando? Non è così. Pensate che io abbia ragione ma che non ci sia la messa in atto volontaria di una logica così spietata? VI SBAGLIATE. Ci sono senz’altro scuole virtuose, nessuno lo nega, e professori che fanno del loro lavoro una missione da educatori (e ne ho incontrati alcuni che si sbattono come uova in condizioni allucinanti) ma io ricordo quanto mi sentissi protetta dal mio status di alunna e se guardo la scuola di adesso, dalle elementari alle superiori, vedo una gigantesca decespugliatrice che taglia rami ancora verdi ripetendo come un disco rotto “non sta alla scuola occuparsi di questo, non sta alla scuola occuparsi di questo”.