Colline, gallerie, collere, galline, tu-tum tu-tum, tu-tum tu-tum…

In treno (in tanto treno, intanto) passo tra le verdure laziali e toscane: le prime le riconosci perché sono familiari e piene di pecore, le seconde sono inconfondibili con tutti i loro alberi pizzuti. Che poi a me gli alberi pizzuti sono sempre piaciuti, ho imparato solo a Roma che i cipressi sono tipici dei cimiteri. Tra una collina verde e l’altra appaiono puntolini di case, rimesse, casolari, qualche hangar, magazzini e industrie. Provo, a ogni nuovo agglomerato urbano e umano, a immaginare che vita ci si faccia lì: dura un millisecondo, il tempo perché la Freccia si sposti più avanti, nemmeno un respiro dura così poco e quello che ne viene fuori é un abbozzo di un abbozzo di un abbozzo di un ritratto. Ne vien fuori il riccioletto di grafite della matita temperata, quindi figuriamoci quant’è lontano, quello che ne esce, dal disegno completo.

Ma tanto non é uguale ovunque? Non facciamo tutti le stesse cose? Stupisce (e se mi ci concentro il pensiero é in grado di mandarmi ai matti) solo me che alla fin fine tutti noi si campi allo stesso modo, non importa dove e nemmeno quando?

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