Parla per te

“Un tratto caratteristico del comportamento degli individui che si aggregano in un gruppo secondo un assunto di base è l’uso del linguaggio più per veicolare sensazioni ed emozioni che per comunicare un senso e significati precisi. Al gruppo in assunto di base sono estranei i concetti di sviluppo e di « apprendere dall’esperienza »; in esso sono inesistenti riferimenti temporali in termini di prima, dopo, ecc.. I membri, in quanto compartecipi di un gruppo in assunto, subiscono una perdita della loro individualità, si trovano cioè in una condizione fenomenologicamente non distinguibile dalla depersonalizzazione.” (- Note sugli assunti di base di W.R. Bion. Rivista di Psicoanalisi, XXVII, 3-4, pp. 739- 748, bibl. di 20 titoli- Claudio Neri).

Il gruppo è un essere dannatamente pericoloso ed efficace e il primo compito di chi lavora con questo strano animale è tenere bene a mente quanto possa essere potente, generativo ma anche distruttivo, dotato com’è di tanti piedi e di una sola testa. Nel gruppo i singoli possono perdersi, la responsabilità si diffonde a tutti i membri rendendo più facile compiere azioni altrimenti impensabili e molti dei comportamenti che definiamo antisociali, tipici del branco, hanno la loro ragione di esistere come prodotto di un gruppo teso a nulla se non al mantenimento di una sorta di regressione. La lealtà a questo tipo di gruppo, che permette di idealizzarlo come il gruppo migliore del mondo, produce comportamenti aggressivi nei confronti dell’esterno “diverso” che in qualche modo potrebbe danneggiarlo, cambiarne la natura o le dinamiche (e qui ritroviamo per esempio le radici del bullismo, di qualsiasi stampo sia), o anche verso un membro interno che tende al cambiamento e alla crescita. Con i gruppi non si scherza e utilizzarli nella terapia presuppone la considerazione costante della forza delle dinamiche inconsce presenti.

Mi chiedo se, nell’epoca di Internet in cui tutti siamo spinti a considerarci come “singoli”, “individualisti” e “sempre più soli” (non sono queste le parole preferite da chi demonizza la rete?) non ci sia invece la possibilità di ignorare o comunque sottovalutare l’azione del “branco on-line”: se è stato riconosciuto che i gruppi virtuali condividono con i gruppi reali una serie di condizioni (mi piace soprattutto quella della “co-presenza enunciativa”) che li rendono, appunto, gruppi cosa impedisce che possano configurarsi come antisociali (nel peggiore dei casi, ovviamente) tanto quanto? Nulla.

Chi scrive, a dirla tutta, ha sempre guardato ai gruppi con sospetto (a eccezione dei gruppi di lavoro, perché sono una secchiona: concentrare le mie energie con altre persone per capire meglio Freud, organizzare un cineforum o un pezzo di corteo o dipingere la stanza di un amico che si è appena trasferito mi ha sempre riempito di gioia e mi ha regalato alcuni dei miei rapporti sociali migliori). Adesso che mi ritrovo a guidarne uno con uno scopo ben preciso (e a evitarne altri anche lì per ragioni ben precise) mi sorprendo davanti alla necessità di ritornare costantemente a me (molto più di quanto non si farebbe in una situazione non gruppale) singola, autonoma, con un ruolo, con un occhio attento a quello che succede e al motivo che ci potrebbe essere dietro. Farsi prendere dalle dinamiche del gruppo è straordinariamente semplice, considerato quanto sono potenti e arcaiche, ma farmi strattonare da una parte all’altra come una banderuola incosciente non porterebbe ad alcun risultato propulsivo e positivo. E io quello voglio e DEVO a chi mi segue.

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