Bivi (e uno)

Come quello che voleva curare i ciliegi io da piccola volevo curare le bestie: avevo letto una quantità notevole di racconti di tizi e tizie (bianchi, inglesi e tendenzialmente colonialisti) che avevano convissuto con leoni, leopardi e tigri e il mio sogno più grande era quello di poter fare lo stesso: “sì, scusa, ti richiamo dopo, ché la tigre mi ha rovesciato la bottiglia dell’olio”. Sarebbe stato bellissimo.

Vista la compresenza dei fattori A (figlia dotata di medico) e B (figlia di gente con amici che stavano lì con l’occhio sulle tue attitudini manco fossero TUTTI tuoi genitori) mi vennero regalati un bel po’ di strumenti atti (e non) a fare la veterinaria casalinga: manuali (utilissimi, uno dei due soprattutto è la mia bibbia), una borsetta da medico (veterinario, però insomma ci siam capiti), garze, cerotti, abbassalingua da usare come stecche, saggi sulla vivisezione (GRAZIE, sempre che avevo 11 anni ma comunque grazie) e chi più ne ha più ne metta. A questo aggiungete il mio accesso alla borsa del babbo (che includeva le siringhe CON L’AGO e a 8/9 anni facevo una gran quantità di iniezioni di soluzione salina alla mia pantera gigante di peluche) e avrete una bambina pazza felice.

Ancora non so cosa mi abbia impedito di diventare Dr. Frankestein in gonnella.

Comunque, si diceva, gli animali. Il mio amico d’infanzia, che viveva sulla stessa strada dove c’era la mia casetta di campagna (i milanesi hanno spesso la casetta di campagna dove andare nel week-end per prendere “l’aria buona” che manca a Milano) aveva un sacco di animali: gatti che figliavano senza soluzione di continuità, cani che scambiavano i miei peluche per cuccioli della loro specie (che mi venivano restituiti pieni di bava), conigli che da piccoli erano carinissimi e poi da grandi, com’è come non è, sparivano misteriosamente, galline le cui uova si potevano bere crude. Una pacchia. Per un certo periodo c’è stata anche una cavalla, Orma, che disarcionava regolarmente il suo proprietario. In mezzo a tutte queste bestie ho imparato a fare un po’ di pronto soccorso: ho curato occhi che non si erano mai aperti, somministrato antibiotici beffando l’odorato dei pazienti, messo a punto (con l’aiuto del miglior veterinario che Milano abbia mai visto) il perfetto latte gattesco materno.

Molto bene. Sette anni fa, guardando amorevolmente negli occhi la mia gatta, mi sono accorta che qualcosa non andava: in uno dei suoi occhioni verdi c’erano delle piccole macchie marroni. Carine, sarebbero state un vezzo in un occhio umano ma io di vezzi simili negli occhi dei felini non ne avevo mai visti.

La diagnosi fu, bisogna dirlo, tardiva. Non perché non avessi capito che qualcosa non andava ma perché nel frattempo a casa mia ci stavamo sciroppando l’EVENTO TRAUMATICO NUMERO 2: dopo tre anni dalla morte improvvisa di mio padre a mia madre avevano trovato un tumore. Insomma, il gatto era un po’ l’ultimo dei problemi. In quell’occasione mia mamma, che aveva comprensibilmente la sua personale battaglia da portare avanti, assunse un atteggiamento fatalista: “Sono animali, devono fare una vita da animali, non accanirti”. Solo che io “non accanirti” non so nemmeno cosa voglia dire, forse ha a che fare con i cani ma qui si parlava di un gatto e non mi sembrava avesse molto senso così, un pomeriggio d’autunno, ho portato la Clo a togliere un occhio: melanoma, fu il responso. Nessuna metastasi.

Non ho fatto la veterinaria, questo si sa. Non sono nemmeno andata a incontrare grossi felini in qualche angolo remoto del mondo. Tuttavia…

Foto 24

Ciao, mi chiamo Clo (per gli amici CiClò) e ho 11 anni.

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