Il mio regalo.

C’è una cosa che non riesco ad accettare del Nano e non sono le orecchie a sventola (anzi a dirla tutta quei manici ai lati della testa lo rendono molto carino): il Nano ha paura dei libri. Si può dire “librofobico”? No? Va bene, lui lo è: non so come faccia a cavarsela in classe ma davanti a una qualsiasi frase scritta questo biondino fa un salto all’indietro, si arrangia con le figure, si esibisce in un adultizzato “questo non è molto interessante” e io MUOIO.

Le ho provate tutte, da quelle più noiose a quelle più divertenti: sono stata a spaccarmi la testa per ORE alla ricerca del libro giusto, del modo giusto ma…niente. E prevedo che quando me ne andrò lascerò il Nano nelle mani (speriamo siano buone, speriamo!) di qualcun altro senza uno dei regali più grandi che mi abbiano fatto, senza la possibilità di perdere la testa in una manciata di pagine.

Ricordo entrambi i miei genitori con la testa infilata in qualche libro: mia madre leggeva di tutto, dai romanzi alla filosofia, mio padre aveva questi libri spelacchiatissimi di storia (ah, gli Asburgo, QUANTI Asburgo!) e sugli scaffali faceva bella mostra di sé tutto il comunismo partorito dall’universo mondo (ho passato ANNI a chiedermi cosa farne dei saggi sul comunismo Jugoslavo, rumeno, austriaco, norvegese e chi più ne ha più ne metta e la metà delle volte manco tradotti in italiano). Tutti questi libri sembravano, DOVEVANO essere interessanti, altrimenti cosa avrebbe potuto giustificare il fatto che per dar retta a loro non si prestasse attenzione a me?

Così ho cominciato a leggere prima di saperlo effettivamente fare: nella casa in montagna mi sedevo sulla poltrona di pelle  con i miei libretti, prendevo appunti inesistenti quando ancora non sapevo scrivere e quando ho cominciato a farlo sul serio cercavo di tirare fuori intuizioni geniali: va da sé che questo non succedeva, ma mi sembrava una roba dannatamente importante. Mi lanciavo in esperimenti spericolati (ricordo ancora quando al Manifesto mi corressero il primo “articolo”, avevo 10 anni), riuscii ad ottenere delle scuse dalla mia maestra di italiano che aveva osato dirmi che ero andata fuori tema (cosa che mi riesce benissimo anche oggi) e tutto per rubare ai miei quello che doveva essere una cosa invidiabile, qualunque cosa fosse.

Tutto considerato (incluso il mio fanatismo) non è poi così strano che il Nano non sia matto quanto me: il momento della lettura a casa sua non è mai permeato di quell’aura di sacralità, non è accompagnato dal caldo della stufa a cherosene e dalle coccole volanti che venivano scambiate tra una pagina e l’altra. Ancora oggi per me leggere in compagnia di qualcun altro che legge a sua volta è un momento talmente intimo da essere quasi imbarazzante, la metà delle volte. E comunque non è cosa che molti riescano a sostenere, si tende sempre a passare alla chiacchiera, e forse non è così strano.

Come, come avrei potuto accettare di tenere il Nano fuori da questo mondo? Non potevo, non posso. Così, considerata la fobia del Nano per tutto quello che lo sfida direttamente ho deciso che il nostro momento sarebbe stato quello in cui io avrei letto qualcosa a lui: non è stato facile neanche questo, a dirla tutta, ma alla fine ce l’ho fatta e la fiaba prima di dormire è diventata cara anche a lui.

Mi ricordo. Mi ricordo di quando mi leggevi l’Iliade. Mi ricordo di quanto erano veri Aiace e Achille, mi ricordo la luce che c’era, in quel tinello minuscolo, mentre mi ribellavo all’idea che Ettore fosse davvero morto. Se oggi so leggere le favole, babbo, il merito è tuo. Grazie. Buon compleanno.

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