Se domani ci sarà una pietra

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All’ottantesimo compleanno del Cossutta Carlotta disse che suo nonno sapeva raccontare storie. Non ho la pretesa di raccontare nulla meglio di quanto potrebbero fare altri ma devo ringraziarlo, l’Armando, di essermi stato “quasi nonno” quando più ne avevo bisogno. E quindi vi racconterò una piccola parte della storia, perché verranno dette tante cose e alcune saranno belle e altre saranno vere ma ci sarà anche una caterva di stupidaggini e io non posso mettermi a correggere ogni singola persona e quindi, in attesa che scriva qualcuno più bravo di me…provo io.

Immaginare un partigianino di 18 anni spalle al muro davanti a un plotone d’esecuzione può essere un buon modo di cominciare. L’Armando era finito a San Vittore e un giorno l’avevano portato fuori e l’avevano schierato spalle al muro in fila insieme ad altri: i fascisti avevano caricato, puntato, sparato… e niente. Le armi erano caricate a salve: il senso dell’umorismo littorio, si sa, riserva un sacco di sorprese. L’Armando quindi non morì quel giorno lì (è morto ieri, e questo è triste, ma è morto con una bella famiglia, avendo avuto una vita ricca e non da adolescente con le mani in tasca, per fortuna) e il modo che aveva di raccontare l’episodio era sobrio. Come tutto di lui. Era sobrio, ricco in dignità, saggio e spiritoso: era uno che trovava sinceramente divertente l’imitazione che di lui faceva Teo Teocoli, che si prendeva cura amorevolmente dei suoi nipoti, che riprendeva con qualche borbottìo la Emi quando quest’ultima nella sua illuminante vitalità dava agli altri troppi dettagli di sé e di loro, di questa loro storia che pur dopo tanti anni era rimasta una storia da giovani, di quelle belle belle sul serio.

L’Armando quando si arrabbiava lo vedevi che si tirava indietro fisicamente, tirava la schiena come un arco, ma sicuro non si è mai tirato indietro quando ha difeso le sue idee, non si è tirato indietro quando si è trattato di considerare i suoi errori politici e non si è tirato indietro quando c’erano una ventiduenne e sua madre che erano rimaste sole dall’oggi al domani. Con la stessa sincerità e, sono sicura, perché “così ci si comporta” ha appoggiato l’URSS nel 1956 (da uomo di partito, fedele alla linea ma di una fedeltà molto diversa da quell’adesione interessata e acritica che si è vista ultimamente, da quella dei renziani a quella degli adepti di Berlusconi) , ha continuato a credere nella sua falce e martello prima con Rifondazione Comunista, poi con i Comunisti Italiani e alla fine, con l’età e avendo molto pensato e molto fatto e molto capito e dibattuto è stato proprio lui a proporre di mettere via quel simbolo, di fare una sinistra con tutti quelli che la volevano fare davvero e così battersi per i diritti dell’uomo e della donna (“compagne e compagni” l’Armando lo diceva SEMPRE) mettendo di nuovo i bisogni delle persone, il bisogno di sinistra che c’era e che c’è, davanti agli interessi dei singoli segretari di partito. Gli è stato risposto “picche”: prima Rizzo (Rizzo! Chi è Rizzo? Un altro squalo poveretto destinato a perdersi nel nulla) e poi Diliberto (un’altra tristezza) gli hanno risposto che l’identità non si poteva mettere da parte. L’identità. Per favore.

Quindi voglio ora darvi qualche piccola istruzione per l’uso, perché io non posso litigare con l’universo mondo e quindi dovrete diffondere il verbo, grazie:

1) Titoli quali “il più filosovietico” e “fedele alla linea fino all’ultimo” sono cazzate. Fedele alle responsabilità del suo ruolo verso la storia e gli esseri umani di sicuro, ma se pensate che l’Armando fosse una cariatide lontana dal mondo vero non potreste essere più in errore di così.
2) Ricordatevi che il Cossutta “post sovietico” non si arroccò rigidamente sulle sue posizioni. Ricordate, tanto per dirne una, che fu lui a dimettersi dalla presidenza di Rifondazione quando Bertinotti fece cadere il governo Prodi (probabilmente dando il via alla catena di eventi che ci ha portato dove siamo…l’Armando i delfini non se li è mai scelti troppo bene, questo bisogna dirlo).
3) Tenete presente che gira ancora, come fosse vera, una chiacchiera a proposito di Maura, la figlia di Cossutta, e del suo appartamento. Allora, fatevi una domanda: conoscete persone che dopo aver abitato per anni pagando l’affitto in una casa di un ente pubblico (ma anche di una banca, se dipendenti di questa) hanno poi potuto comprarla a condizioni più vantaggiose proprio in virtù di questo lungo rapporto? Si? Bravi. No? Beh documentatevi, succede(va). E sarebbe pure un modo intelligente di procedere. E fine della questione.

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